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La risposta del vicesindaco sull’interrogazione relativa al piano degli immobili pubblici appare come un esercizio di burocrazia difensiva più che come un atto politico. L’elenco dei “cinque tavoli tecnici operativi” non chiarisce nulla: non se ne conoscono i contenuti, i partecipanti, né soprattutto gli esiti. Parlare di “approfondimenti sulla destinazione urbanistica e sull’attuale utilizzo dei beni” significa limitarsi a constatare ciò che era già noto, senza che emerga una visione, una priorità, una scelta.
Il richiamo al Demanio pubblico e ai vincoli culturali rientra nello stesso schema. Che gli immobili occupati da amministrazioni statali non siano immediatamente disponibili e che quelli sottoposti a tutela richiedano il confronto con il Ministero della Cultura è un dato strutturale, non una giustificazione politica. Usare questi elementi come argomento centrale significa trasformare i vincoli in alibi. Anche il passaggio sull’ex sede Ute di Vico Alto, dove “sono al vaglio diverse possibilità di riqualificazione”, certifica l’assenza di una direzione: nessuna ipotesi viene esplicitata, nessun indirizzo viene assunto.
Il punto più debole resta il rinvio al 2027 per la revisione delle destinazioni urbanistiche. In una città segnata da immobili pubblici inutilizzati, degrado urbano e crisi abitativa, la risposta è che tutto verrà affrontato in futuro, dentro l’ordinario aggiornamento del Piano operativo. È una scelta di rinuncia, non di governo. Nel frattempo gli edifici restano vuoti e il tempo lavora contro la città.
Anche l’apertura ai privati è formulata in modo evanescente. Si parla di tavoli aperti e di possibili contributi di soggetti interessati, ma senza strumenti, criteri o incentivi. Non c’è una politica urbana che guida il processo, ma una disponibilità generica ad ascoltare, che rischia di tradursi in immobilismo.
Colpisce soprattutto ciò che manca del tutto: qualsiasi riferimento all’ipotesi di un fondo immobiliare con la creazione di una SGR. Uno strumento che permetterebbe di mettere a sistema il patrimonio pubblico, definire perimetri chiari, separare indirizzo politico e gestione operativa, garantire valutazioni indipendenti, tempi certi e controllo pubblico. Non è un’idea astratta, ma una pratica adottata in molte città proprio per superare l’opacità delle trattative caso per caso.
La sua assenza non sembra casuale. Un fondo con SGR impone regole, trasparenza, rendicontazione. Riduce la discrezionalità e rende misurabili le scelte. Forse è proprio questo il nodo: è uno strumento troppo trasparente e garantista per un approccio che preferisce restare vago, negoziale e continuamente rinviato.
La replica della consigliera Anna Ferretti, quando richiama il coinvolgimento dei grandi proprietari e cita anche il ruolo di Monte dei Paschi di Siena, coglie un’esigenza reale, ma resta anch’essa priva di una proposta strutturata. Senza uno strumento forte, anche l’allargamento del tavolo rischia di restare una dichiarazione d’intenti.
Nel complesso, non emerge un piano sugli immobili pubblici, ma una gestione dilatoria del problema. Molti vincoli elencati, nessuna scelta assunta. Molti tavoli, nessuna decisione. E soprattutto nessuna volontà di adottare strumenti capaci di rendere il processo chiaro, controllabile e realmente pubblico.




