
Delcy Rodríguez e l’ordine trumpiano: il Venezuela laboratorio della nuova geopolitica
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New York
La prima operazione è stata «un successo rapido e indolore», e «se il Venezuela non si comporterà bene, fornendo agli Usa pieno accesso alle sue risorse, lanceremo un secondo attacco». All’indomani del blitz che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro, Donald Trump ha inquadrato l’azione in una strategia più ampia.
Nel mirino di questa logica di potere è finita in primis la Colombia: Trump ha definito il presidente colombiano Gustavo Petro «malato», accusandolo di produrre cocaina e spedirla negli Usa, e ha definito «una buona idea» un’operazione militare statunitense in Colombia. Petro ha replicato dichiarandosi pronto a «riprendere le armi» per difendere la sovranità del Paese, ordinando alle forze dell’ordine di non sparare «al popolo, ma all’invasore».
Cuba è un altro obiettivo anche se qui Trump ha previsto un imminente collasso: «È sempre sopravvissuta grazie al Venezuela, ora quei soldi non ci sono più». Ha escluso, dunque, un intervento diretto, sostenendo che l’isola «farà tutto da sola». Anche il Messico è finito sotto pressione. Trump ha accusato Città del Messico di incapacità nel contrasto ai cartelli della droga e ha rivelato di aver più volte offerto l’invio di truppe alla presidente Claudia Sheinbaum, che ha sempre rifiutato richiamando la sovranità nazionale.
Ma le dichiarazioni che hanno allargato la crisi oltre l’America Latina riguardano la Groenlandia. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti «hanno assolutamente bisogno» dell’isola per la sicurezza nazionale. La premier Mette Frederiksen ha risposto con fermezza: Washington va presa sul serio, ha ammonito, ma sia la Danimarca sia la Groenlandia hanno espresso chiaramente di non voler far parte degli Stati Uniti. Il premier britannico Keir Starmer si è schierato al fianco di Copenaghen, sottolineando che il futuro del territorio artico spetta solo al Regno di Danimarca e alla Groenlandia. Silenzio per ora dall’Italia.
Da Caracas, intanto, dopo una prima denuncia del blitz come «rapimento coloniale», la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha cambiato tono, parlando di «relazioni rispettose » con Washington e invitando gli Stati Uniti a lavorare «su un’agenda di cooperazione », mentre Trump la minacciava di fare la fine di Maduro in caso di mancata apertura dell’industria petrolifera.
Il capo della Casa Bianca non ha infatti mai nascosto l’interesse Usa dietro l’intervento militare più rilevante in America Latina dall’invasione di Panama del 1989: il petrolio. Il Venezuela possiede le maggiori riserve mondiali, circa 303 miliardi di barili, ma la produzione è crollata a 1,1 milioni di barili al giorno a causa di sanzioni internazionali, cattiva gestione e sotto-investimenti: una situazione che Washington intende ribaltare.
Ieri la questione è approdata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunito per discutere la legalità della cattura di Maduro. Il segretario generale Antonio Guterres ha espresso «profonda preoccupazione» per il rischio di un’escalation di instabilità in Venezuela e per il precedente che l’operazione potrebbe creare. Ha ricordato che il blitz non ha rispettato il diritto internazionale. La Colombia, che ha chiesto la riunione, ha definito l’azione Usa «un atto di aggressione» e una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite. Molti esperti concordano sull’illegalità dell’intervento, privo di autorizzazione Onu, di con-senso venezuelano e di una giustificazione di autodifesa. Ma la possibilità di conseguenze concrete è remota: gli Stati Uniti, membri permanenti del Consiglio con diritto di veto, possono bloccare qualsiasi iniziativa contro di loro. Ieri al Palazzo di Vetro hanno giustificato la loro mossa come «un’azione di polizia in linea con la responsabilità del presidente degli Stati Uniti di proteggere gli americani in patria e all’estero».
A Washington, intanto, la tempesta politica restava limitata ad alcuni esponenti democratici che accusano la Casa Bianca di averli fuorviati. Se una parte dei conservatori parla di tradimento dell’“America First” anti-interventista, infatti, la maggioranza della base trumpiana applaude quella che viene descritta come una vittoria rapida e non sarebbe contraria a colpire un secondo obiettivo.





