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La “chiacchierata dal Nannini in via Toselli” non è un dettaglio di cronaca. È un’immagine volutamente ironica. Non interessa il bar in sé, né il tavolino, né il caffè. È una metafora che serve a ridimensionare la portata politica dell’incontro.
Perché mentre si discute in modo civile e informale, fuori c’è un sito industriale enorme da svuotare, riqualificare, rendere energeticamente sostenibile e soprattutto riportare a produzione. Ci sono 154 lavoratori in cassa integrazione fino al 31 dicembre 2027. E c’è un obiettivo dichiarato dall’amministrazione: chiudere la partita entro il 2026.
Ed è qui che l’ironia diventa sostanza.
Se lo sgombero può protrarsi fino all’estate, se poi servirà una gara per la riqualificazione, se l’efficientamento energetico è condizione indispensabile per rendere appetibile l’area e se l’advisor è ancora alla ricerca di un soggetto disposto a farsi carico dell’intero complesso e dei lavoratori, allora la domanda non è polemica ma aritmetica: il 2026 è un traguardo realistico o un auspicio?
La battuta sul Nannini funziona perché mette in contrasto la leggerezza del contesto con la gravità della materia. Non è un attacco personale. È una critica al rischio di normalizzazione. Quando una crisi industriale viene raccontata solo attraverso iter, cronoprogrammi e prudenza amministrativa, il tempo politico tende a dilatarsi. Si parla, si aggiorna, si rimanda.
Nel frattempo il calendario scorre. E l’obiettivo del 2026, se non accompagnato da un cronoprogramma credibile e da una regia istituzionale più ampia, rischia di restare una dichiarazione d’intenti.
Il Nannini, dunque, è ironia. Il problema, purtroppo, no.





