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Negli ultimi mesi il Medio Oriente appare attraversato da una stessa linea di frattura: la fine di narrazioni rassicuranti e l’emergere di una realtà più brutale, fatta di rapporti di forza instabili, alleanze fragili e società sempre più distanti dai propri regimi. Dalla Siria al Libano, dall’Iran a Gaza, ciò che si sgretola non è solo un equilibrio geopolitico, ma anche l’immaginario politico che per anni ha sorretto attori locali e potenze esterne.
In Siria, il mito delle forze curde come soggetto compatto, democratico e capace di garantire stabilità si è progressivamente dissolto. L’esperienza dell’autonomia nel Nord-Est, sostenuta e idealizzata dall’Occidente, ha mostrato tutti i suoi limiti: divisioni interne, dipendenza militare dall’esterno, incapacità di trasformare il controllo territoriale in un progetto politico duraturo. Con il rientro sulla scena di Damasco e la pressione combinata di Turchia e attori regionali, ciò che resta è un vuoto di prospettiva, più che un’alternativa credibile allo Stato siriano.
Il Libano vive una paralisi diversa ma altrettanto profonda. Al confine sud, i meccanismi di contenimento tra Israele e Hezbollah funzionano a intermittenza, rivelando tutta la loro precarietà. Non si tratta solo di un problema militare: è l’ennesima dimostrazione di uno Stato incapace di esercitare sovranità, ostaggio di equilibri regionali che lo superano. Sul piano interno, la rabbia per l’impunità – riemersa con forza attorno alle vicende legate all’esplosione del porto di Beirut – segnala una frattura ormai insanabile tra istituzioni e società.
Le divergenze tra Stati Uniti e Israele accentuano questa instabilità. Washington appare sempre più prudente, se non esitante, di fronte a un alleato che moltiplica i fronti di tensione: Libano, Gaza, Siria, Iran. Tel Aviv, al contrario, sembra muoversi secondo una logica di accerchiamento permanente, convinta che solo la forza possa garantire sicurezza. Questa distanza strategica non è ancora una rottura, ma segna la fine di un allineamento automatico.
In Iran, intanto, la repressione continua a essere il linguaggio principale del potere. Le proteste vengono soffocate con metodi sempre più duri, ma senza riuscire a cancellare il malessere profondo che attraversa la società. Anche l’ipotesi di un cambio al vertice non promette svolte radicali: il sistema appare strutturato per sopravvivere a uomini e simboli, mantenendo intatti i suoi meccanismi di controllo.
A tenere insieme questi scenari è una crisi più ampia: l’esaurimento dell’immaginario politico nel mondo arabo e mediorientale. Il “campismo”, la lettura di ogni conflitto come scontro tra blocchi contrapposti, ha sostituito la capacità di pensare progetti autonomi, sociali e democratici. Ne derivano società stanche, polarizzate, spesso ridotte a tifoserie geopolitiche, mentre le questioni reali – diritti, giustizia, futuro economico – restano senza risposta.
Il risultato è un Medio Oriente sospeso, in cui nessun attore riesce davvero a imporre un ordine e nessuna alternativa appare credibile. Cadono i miti, ma non nasce ancora nulla che li sostituisca. E in questo spazio vuoto cresce l’instabilità, più che la possibilità di un cambiamento.


