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A Kyiv fa buio presto. Non è solo una questione d’inverno. È il buio delle centrali elettriche colpite, delle reti energetiche distrutte, delle case che restano senza riscaldamento mentre la Russia continua a colpire le infrastrutture civili. La guerra di Vladimir Putin non è più soltanto una linea del fronte: è una pressione quotidiana sulla vita ordinaria, un logoramento sistematico della società ucraina. Il freddo diventa un’arma, l’elettricità un privilegio intermittente. Sopravvivere è già una forma di resistenza.
Ma il conflitto non si limita all’Ucraina. Secondo funzionari occidentali, il gruppo paramilitare russo Wagner avrebbe spostato parte delle proprie attività verso operazioni di sabotaggio in Europa. Dopo l’Africa e il Donbass, la destabilizzazione si farebbe più sottile: attacchi ibridi, interferenze, operazioni coperte. La guerra entra nei nodi logistici, nelle reti digitali, nelle infrastrutture sensibili. Non più solo carri armati, ma interruttori e server.
In questo contesto si è svolta la Conferenza di Monaco sulla sicurezza, tradizionale cartina di tornasole dello stato delle relazioni transatlantiche. Le parole del segretario di Stato americano Marco Rubio hanno cercato di rassicurare gli europei, evocando valori comuni e destino condiviso. Ma tra gli alleati il clima è cambiato. Le dichiarazioni americane oscillano tra la retorica dell’eredità storica e il pragmatismo degli interessi nazionali. Gli europei si chiedono che tipo di alleanza rimanga, se una comunità politica fondata su principi o una partnership contingente dettata dalla convenienza.
La risposta dell’Europa non si è fatta attendere. Kaja Kallas ha respinto l’idea che il continente stia vivendo un declino di civiltà o una crisi identitaria irreversibile. È una replica non solo a certe narrazioni provenienti dagli Stati Uniti, ma anche a una diffusa tentazione interna di leggere il presente come tramonto inevitabile. In realtà l’Europa è stretta tra due pressioni: la minaccia russa a est e l’incertezza americana a ovest.
Il Regno Unito, intanto, chiede nuove misure contro Mosca dopo l’avvelenamento di Alexei Navalny, un episodio che continua a pesare come simbolo della brutalità del regime russo. La dimensione morale del conflitto resta viva, anche se spesso subordinata alle strategie geopolitiche.
Altrove, le tensioni si moltiplicano. L’Iran si dice pronto a discutere compromessi sul nucleare. È un segnale di apertura, ma anche una mossa calcolata in un Medio Oriente sempre più instabile. Nello stesso tempo, il governo israeliano ha approvato per la prima volta dal 1967 la registrazione sistematica dei terreni della Cisgiordania come “proprietà dello Stato”. Una decisione che, secondo molte organizzazioni e osservatori, istituzionalizza l’espropriazione dei palestinesi. Qui il conflitto non è solo militare, ma giuridico e amministrativo: la burocrazia diventa strumento di ridefinizione territoriale.
Negli Stati Uniti, il ritorno di Donald Trump sulla scena politica assume tratti sempre più personali. La sua incessante autopromozione alimenta un culto della personalità che rompe con la tradizione presidenziale americana, storicamente fondata su un equilibrio tra carisma individuale e istituzioni. La politica si fa spettacolo permanente, narrazione centrata sull’io.
Perfino in Irlanda del Nord, dove l’accordo del Venerdì Santo ha posto fine a decenni di violenza, le divisioni non sono del tutto superate. Cattolici e protestanti possono amarsi, ma spesso nell’ombra, lontano da famiglie e comunità ancora segnate dall’identità religiosa. La pace istituzionale non coincide sempre con la riconciliazione sociale.
E poi c’è lo sport, che dovrebbe unire e invece riflette le fratture. Alla Coppa del Mondo T20 di cricket, l’India ha battuto il Pakistan con un netto margine. Nessuna stretta di mano tra le squadre. Anche il campo diventa teatro simbolico di rivalità geopolitiche irrisolte.
Mettendo insieme questi frammenti, emerge un quadro inquieto. Kyiv al buio non è un’immagine isolata, ma il simbolo di un ordine internazionale che vacilla. Le alleanze si ridefiniscono, le guerre si ibridano, le identità si irrigidiscono. Il freddo e l’oscurità non sono solo condizioni climatiche: sono metafore di un tempo in cui la luce delle certezze condivise si affievolisce.
La domanda, per l’Europa e per l’Occidente nel suo insieme, non è soltanto come difendersi, ma chi essere. Se l’alleanza atlantica è ancora una comunità di destino o soltanto un contratto rinnovabile. Se i valori evocati nei discorsi sono ancora fondamento di azione o semplice retorica consolatoria.
Nel frattempo, a Kyiv, qualcuno accende una candela. Non è un gesto eroico. È un gesto necessario. Ed è forse lì, nella quotidianità ostinata di chi resiste, che si misura davvero il senso di questa stagione storica.





