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1 Febbraio 2026La curatrice firma, con l’artista Chiara Camoni, la partecipazione del nostro Paese alla 61ª esposizione internazio-nale che a Venezia, da maggio, raccoglierà il lascito di Koyo Kouoh, scomparsa un anno fa. A «la Lettura» dice: «Il nostro è un invito a costruire un diverso modo di stare al mondo , per fare spazio alla meraviglia , al sentire , alla lentezza . Una festa »
Cecilia Canziani
di stefano bucci
Torna la Biennale di Venezia e l’arte torna a confrontarsi concretamente con il presente. In Minor Keys è il titolo di questa 61ª edizione, in programma dal 9 maggio, curata da Koyo Kouoh (scomparsa improvvisamente lo scorso 10 maggio), che propone di rallentare il passo e sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori (le minor keys, appunto) contrapponendosi a quella che Kouoh aveva definito «la cacofonia ansiogena» del mondo attuale; del presente, appunto. Un invito condiviso anche dal Padiglione Italia firmato da Cecilia Canziani (storica dell’arte e curatrice) con l’artista Chiara Camoni. Che così sintetizza a «la Lettura» il proprio lavoro: «Mi piace pensare all’autorialità come qualcosa che si possa aprire ad altre persone o ad altri processi, come l’azione degli agenti atmosferici o la stratificazione geologica. Amo l’opera nella sua autonomia e compiutezza, ma amo anche tutto ciò che le ruota intorno. Non lavoro in uno spazio neutro, spesso le opere nascono sul tavolo della cucina o in giardino, in una situazione conviviale, con altre persone. Se ho bisogno di materiali, esco e li raccolgo facendo una passeggiata. Le migliaia di piccole sculture che compongono le mie Sisters — conclude Camoni — hanno intrappolato dentro di loro il cielo sotto cui lavoriamo, i rumori della giornata, le parole dette, il gioco dei cani, i loro occhi».
A Cecilia Canziani «la Lettura» ha chiesto di definire il progetto del Padiglione Italia.
«Una festa. Per me e Chiara è l’invito a costruire un diverso modo di stare al mondo che parta dall’incontro e dalla condivisione con il vivente. È un progetto che vuole fare spazio alla meraviglia, al sentire, alla lentezza, e capace di lasciarci abbandonare con fiducia al fluire del tempo che tutto trasforma».
Si tratta di un progetto al femminile in una Biennale curata da una donna…
«Le artiste, le curatrici, le collezioniste ci sono sempre state, ma ora siamo innegabilmente di più ed è più difficile non vederci, basta guardare le statistiche delle iscrizioni alle Accademie di Belle Arti per rendersi conto che le donne sono ormai la maggioranza. Al di là di questo dato oggettivo, credo sia importante riconoscere come molte artiste, e aprirei questa categoria alle individualità storicamente marginalizzate, abbiano contribuito a ripensare le pratiche, mettendo in discussione gerarchie, modalità produttive e narrazioni e indicando un modo di stare nel mondo e nel lavoro che oggi è centrale e sempre più necessario. Carla Lonzi diceva: “Approfittiamo della nostra differenza”. Mi sembra un suggerimento ancora molto attuale e credo sia questo aspetto a portarmi più spesso a lavorare con artiste».
Che cosa ci sarà nel Padiglione Italia?
«Il Padiglione sarà presentato a Roma a marzo e fino ad allora non posso anticipare molto. Posso però raccontare cosa desidero: spero che il Padiglione possa essere un luogo dove perdersi, e dove l’esperienza individuale si apra a una dimensione di condivisione. Che le persone possano sostarvi a lungo, che trovino il proprio modo di abitarlo, e che magari vogliano tornare più volte. Spero soprattutto che sappia rappresentare l’opera di Chiara Camoni e delle tante persone che stanno lavorando al nostro fianco. Non ho mai pensato che il Padiglione fosse mio, ma nostro: corale, polifonico. E mi auguro che alle nostre voci possano aggiungersi anche quelle di chi lo visiterà».
Perché ha scelto proprio Chiara Camoni?
«Mi lega a Chiara un lungo sodalizio. Negli anni abbiamo fatto mostre, libri, cataloghi e inventato, a partire dallo scambio di letture iniziato un’estate sulla spiaggia, un modo di lavorare insieme che unisce il fare al pensare e che abbiamo portato in tante diverse situazioni e istituzioni. Abbiamo condiviso stagioni, visto crescere i nostri figli, siamo maturate professionalmente fianco a fianco. È un dialogo ininterrotto che da quindici anni a questa parte ha cambiato il mio modo di interpretare il mio lavoro e penso lo stesso valga per lei. L’arte di Chiara non smette mai di interessarmi, stupirmi e mettermi in crisi, che è un aspetto importante della ricerca critica, la sua è una pratica di studio partecipata e capace di reinventare la scultura a partire dalla dimensione domestica, dal gesto quotidiano, dai materiali naturali tratti dai suoi immediati dintorni. Il suo lavoro ha avuto importanti riscontri internazionali e così, quando due anni fa percorrevamo insieme il Padiglione Italia di Massimo Bartolini e Luca Cerizza, ci siamo guardate e non ci siamo dovute dire nulla. Eravamo pronte ad affrontare questo appuntamento, questa bellissima avventura insieme».
In che modo si lega al tema della Biennale 2026?
«Una mia amica ha definito il testo con cui Koyo Kouoh ha raccontato la sua Biennale come una preghiera. Io aggiungo: una preghiera che diventa di giorno in giorno più necessaria. Il suo invito a sintonizzarsi sulle tonalità minori, alle parole sussurrate, alla poesia, agli affetti, al sogno non è una fuga rispetto al mondo, dice al contrario che l’arte rappresenta uno spazio di immaginazione politica. Quando il testo è stato divulgato ho sentito una profonda risonanza con il lavoro di Chiara Camoni, la stessa disposizione nel pensare alla vita e all’arte come terreni contigui e più fertili quando si contaminano l’un l’altro. Sento che è confronto che avviene nel segno dell’ascolto e della continuità, più che della citazione esplicita».
Come vede oggi l’arte contemporanea italiana?
«Siamo un Paese strano, un crocevia al centro del Mediterraneo, un mare che è stato per centinaia di anni una strada e non un confine, che oggi è una delle tante periferie dell’arte. A me però i margini, con il loro disordine e la loro selvatichezza, interessano molto perché permettono di lavorare senza troppa pressione, di sperimentare e proporre strade diverse. Il panorama italiano per questa ragione ha una grande ricchezza e la risposta del mondo accademico, ma anche del mercato, è significativa ormai da una decina d’anni. La stessa cosa vale a livello mondiale, la nozione di centro è in evoluzione e si riorienta continuamente, le cose più interessanti spesso vengono da geografie che ben poco hanno a che fare con uno sguardo eurocentrico o occidentale».
Quale dei precedenti Padiglioni Italia è più vicino al suo?
«Più che a uno in particolare, mi sento vicina ai progetti che hanno messo in crisi l’idea di Padiglione come vetrina, trasformandolo in uno spazio di pensiero, di dubbio, di attraversamento. In fila sulla mia scrivania ci sono i cataloghi dei Padiglioni precedenti. Richiamo le sensazioni e le impressioni di quando li ho visitati e penso che ogni volta qualcosa è rimasto. Una mostra, e ancora di più un Padiglione, orienta il nostro sguardo in modo diverso, ci cambia un po’, ci fa riflettere».
Quanto sono importanti oggi le Biennali?
«Sono occasioni per fare il punto sui linguaggi della contemporaneità, le sue urgenze, i suoi immaginari. Viste a distanza, sono sempre capaci di restituire la temperatura di un dato momento, raccontano un’epoca».
E la Biennale di Venezia?
«Forse proprio a partire dalla sua struttura per rappresentanze nazionali, che sembra anacronistica vista dalla prospettiva contemporanea, è capace di mettere in piena luce contraddizioni e problemi. Il piano del “simbolico” è sempre in relazione con il “reale”, non perché influisce sulle politiche, ma perché introduce una frattura nelle narrazioni dominanti».
Cosa vorrebbe che restasse del suo progetto?
«Non un’immagine, ma l’idea che l’arte possa ancora essere uno spazio in cui fare esperienza di una relazione possibile, anche temporanea, anche imperfetta».





