Concessioni, paure e consenso fragile: il mondo che scricchiola sotto la superficie
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Il mondo dopo la soglia: potere, paura e la fine delle illusioni globali
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L’Iran appare oggi come uno dei punti più fragili dell’equilibrio globale. La crisi bancaria esplosa con il collasso di istituti centrali per il sistema economico del Paese non è solo un fatto tecnico: è il segnale di un declino strutturale che intreccia sanzioni, cattiva gestione e un’economia sempre più piegata alle esigenze di potere dell’apparato politico-militare. Il dissesto finanziario colpisce direttamente la società, alimenta il malcontento e rende più instabile un regime già sotto pressione interna. Se il sistema creditizio dovesse cedere del tutto, il colpo non sarebbe solo economico, ma politico: verrebbe meno uno degli ultimi strumenti di controllo e redistribuzione su cui si regge l’equilibrio interno della Repubblica islamica.
Su questo sfondo si muovono le grandi potenze. Gli Stati Uniti oscillano tra minaccia e attesa. Le parole del presidente Donald Trump hanno evocato per giorni l’ipotesi di un intervento militare diretto contro Teheran, salvo poi lasciare spazio a una sospensione ambigua, che aumenta l’incertezza invece di ridurla. Questa ambivalenza non riguarda solo l’Iran: incide sull’intero sistema di deterrenza globale. Se gli alleati europei iniziano a dubitare della reale disponibilità americana a usare la forza, anche l’equilibrio nucleare – già fragile – perde credibilità.
È qui che entra in gioco la Russia. La deterrenza funziona solo se ogni attore crede fino in fondo alle intenzioni dell’altro. Se Vladimir Putin arrivasse a ritenere che Washington non è più disposta ad arrivare all’estremo, l’intero impianto di sicurezza europeo ne uscirebbe indebolito. Per Paesi come la Germania, e più in generale per l’Unione Europea, questo significa trovarsi davanti a una scelta scomoda: continuare a dipendere da una protezione incerta o iniziare a ripensare in modo autonomo la propria architettura di sicurezza.
Nel frattempo, la geopolitica si sposta anche verso nord. L’interesse statunitense per la Groenlandia non è una stravaganza personale, ma risponde a logiche militari precise: difesa missilistica, controllo delle nuove rotte artiche, contenimento della presenza navale di Russia e Cina. In un mondo in cui lo scioglimento dei ghiacci apre spazi prima inaccessibili, territori periferici diventano improvvisamente centrali.
In Europa, però, le tensioni non sono solo esterne. Il dibattito sul commercio con il Sud America mostra un’Unione sempre meno disposta a mediare all’infinito. La Commissione segnala che il tempo delle cautele è finito: se gli Stati membri e il Parlamento non si muovono, l’esecutivo è pronto a forzare la mano. È un segnale politico forte, che indica come anche Bruxelles stia adattando il proprio linguaggio a una fase più dura della competizione globale.
Allo stesso modo, le discussioni interne sulla redistribuzione della ricchezza rivelano fratture profonde. Il richiamo a modelli nordici viene spesso semplificato, dimenticando che quei sistemi fiscali nascono da un patto sociale molto più ampio, non da singole imposte simboliche. Senza quel contesto, il rischio è trasformare la leva fiscale in uno strumento di scontro identitario più che di reale equità.
Infine, tornando all’Iran, il nodo resta politico prima ancora che militare. La leadership religiosa è chiusa in una logica di resistenza assoluta: l’idea stessa dell’esilio o del compromesso è percepita come una sconfitta esistenziale. Questo rende ogni scenario estremamente rigido e pericoloso. In un sistema così bloccato, basta un errore di calcolo – finanziario, militare o diplomatico – perché una crisi locale si trasformi in un passaggio decisivo per l’intero ordine internazionale.

