
Fabrizio De André – Smisurata preghiera
11 Ottobre 2026
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11 Ottobre 2026Una vita a guardarmi vivere: il disagio che non è tristezza e non si cura
Il comò
Una vita a guardarmi vivere: il disagio che non è tristezza e non si cura
di Pierluigi Piccini
Avevo scritto una prima versione di questo pezzo, e andava bene. Più che bene: era ricca, aveva un’intensità che non sono più riuscito a ritrovare. L’ho cancellata per sbaglio, o forse non del tutto per sbaglio, e per un po’ mi sono dato dello stupido con una certa soddisfazione, come capita quando ci si può rimproverare qualcosa di preciso invece di qualcosa di vago. Poi ho cominciato a riscriverla, e mi sono accorto che quello che cercavo di dire non era cambiato, ma continuava a sfuggirmi allo stesso modo. Allora tanto vale cominciare da qui, dal fatto che ci giro intorno.
Quello che vorrei, e che chiamo pace per mancanza di una parola migliore, non è il riposo. Riposare so farlo, più o meno. È un’altra cosa: smettere di essere due. Da una parte c’è uno che vive, lavora, discute, scrive, ride anche, e dall’altra uno che lo guarda fare, sveglio, inquieto, mai del tutto persuaso. Vorrei posarmi una volta, una sola, completamente, senza quel residuo che resta in piedi quando tutto il resto si è disteso. Non mi è mai successo. Ho avuto frammenti di pace, istanti in cui quella nota grave di fondo si faceva quasi inudibile, e ogni volta li ho scambiati per una fine. Poi tornava, puntuale, senza rancore, come chi rientra in casa propria.
So come suona, e so che chi mi conosce, quando gliene parlo, pensa alla tristezza. È la parola più a portata di mano. Ma sarebbe troppo stupido, e anche troppo comodo, perché la tristezza ha una causa, un tempo, si lascia consolare, e prima o poi passa. Questo no. Non è un dolore e non è una malattia: il corpo non lo contiene, e ciò che il corpo non contiene non si cura. Non piange, non chiede, non si spiega. Sta. Anche nei giorni pieni, anche in mezzo agli altri, c’è una parte di me che resta in platea e assiste.
Quando ho letto per la prima volta l’ottava delle Elegie duinesi ho avuto una sensazione strana, che non mi capita spesso con i libri: non di aver capito qualcosa, ma di essere stato visto. Rilke guarda l’animale e lo invidia, perché l’animale vede l’aperto, ci sta dentro, il campo gli basta. Noi invece siamo girati, sempre davanti alle cose e mai in mezzo, spettatori ovunque. Mettiamo ordine, e l’ordine si sfalda; lo rimettiamo, e ci sfaldiamo noi. Ricordo di aver chiuso il libro e di essere rimasto un momento fermo, con l’impressione un po’ ridicola che qualcuno, morto da un secolo, avesse letto il mio diario.
Il guaio, o la cosa interessante, dipende dai giorni, è che non riesco ad afferrarlo. Ogni volta che provo a dirlo le parole lo sfiorano e scivolano via, e ho finito per pensare che non sia un difetto delle parole. Forse non è una cosa che ho davanti, ma lo sguardo stesso con cui guardo. Non si può afferrare la mano con cui si afferra.
Eppure, e questo l’ho capito tardi, spiega molte cose. Ho settantaquattro anni e, guardandomi indietro, lo ritrovo dappertutto, come una firma che non sapevo di apporre: nelle strade prese e lasciate, nel bisogno di fare e di non bastarmi mai in ciò che facevo, nell’essere presente e già un passo più in là. Vivo come chi, sull’ultima collina, si volta a guardare la sua valle e indugia. Un congedo continuo, praticato ogni giorno, anche dai giorni che amo.
Da qualche tempo mi faccio una domanda che da giovane non mi facevo, forse perché da giovane si è troppo occupati a vivere per chiedersi come: perché questo modo di stare al mondo, e non un altro. Da dove viene questa ricerca continua di qualcos’altro, che non si ferma davanti a nessuna cosa raggiunta. La risposta più onesta che ho trovato è anche la più semplice: essere fuori tempo. Non essere mai del tutto del proprio tempo, abitare il presente come una stanza in cui si è ospiti, sempre rivolti a ciò che deve ancora venire. Come se da bambino qualcuno mi avesse promesso un rimedio, per amore, e io non avessi mai smesso di aspettarlo. Lo cerco ancora, in ogni cosa che faccio, sapendo benissimo che non esiste. E non riesco a smettere.
Perché è così presto che comincia, credo. La morte non sta fuori di noi come un nemico che un giorno bussa: sta dentro, e matura con la vita come il nocciolo nel frutto. Io l’ho sentita maturare molto presto, prima del tempo, quando un bambino non dovrebbe ancora saperne nulla. Da allora vivo con quella consapevolezza accanto, e con il residuo sveglio che ne è nato. Mi sono chiesto a lungo se fossero due cose diverse. Oggi penso di no.
Stamattina, per il blog, ho scelto la Smisurata preghiera di De André, e riascoltandola mi è sembrato che parlasse di questo meglio di quanto stia facendo io. Da una parte c’è la maggioranza che sta, ferma, sazia, al riparo, come sotto un’anestesia. Dall’altra chi cammina ostinato nella direzione opposta, con il suo marchio di disperazione particolare, e arriva alla fine per consegnare alla morte una goccia di splendore, un poco di umanità. Non è un elogio dell’infelicità, e non vorrei che lo si leggesse così. È piuttosto l’idea, che trovo consolante senza che consoli davvero, che un’irrequietezza come questa non toglie soltanto, ma porta anche qualcosa.
A un giovane che gli chiedeva risposte, si suggeriva un tempo di amare le domande, di viverle, nella speranza di ritrovarsi un giorno dentro la risposta senza accorgersene. Non so se mi accadrà. Ma il perché che mi porto dietro ha smesso di pretendere una soluzione. Lo abito, come si abita una casa vecchia di cui si conoscono tutti gli spifferi.
Ha la mia stessa età. È nato con me, mi conosce meglio di chiunque, non mi ha mai tradito. E so, con una certezza senza disperazione, che non se ne andrà prima di me. La canzone finisce con una preghiera perché qualcuno si ricordi dei disobbedienti, del loro volto, dopo tanto sbandare. Io chiedo meno. Stasera non chiedo che finisca. Chiedo soltanto che qualcuno sappia che c’è.





