
Minnesota, una morte e una versione ufficiale che non regge
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All’alba, davanti a un edificio federale nel cuore di Minneapolis, centinaia di persone si sono ritrovate di nuovo in strada. Non era la prima notte senza sonno, né la prima veglia, né la prima rabbia trattenuta a fatica. Cori secchi, slogan duri, un clima che non aveva nulla della compostezza nordica spesso attribuita a questa parte del Paese. Davanti a loro, agenti armati, mascherati, in assetto da guerra; dietro, una città che conosce già il peso del lutto pubblico.
Poche ore prima, una donna di trentasette anni, madre di tre figli, era stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco esploso da un agente federale. Era seduta alla guida del suo SUV, in pieno giorno. Le immagini riprese dai telefoni raccontano una scena confusa e terribile: l’auto che tenta di allontanarsi, un uomo che si piazza davanti, lo sparo. Le versioni ufficiali parlano di autodifesa. Per chi era lì, e per chi è tornato la sera successiva con una candela in mano, resta una certezza più semplice e più brutale: una donna è morta, e lo Stato ha premuto il grilletto.
Non è un episodio isolato. Da mesi, in diversi quartieri della città, si susseguono operazioni federali legate al controllo dell’immigrazione, con un dispiegamento crescente di forze e una retorica che promette ulteriore inasprimento. L’annuncio di nuovi rinforzi ha avuto l’effetto di benzina sul fuoco: più agenti, più controlli, più paura. Minneapolis, che pochi anni fa era diventata il simbolo globale della rivolta contro il razzismo istituzionale, si ritrova ancora una volta a fare i conti con una violenza che nasce dall’alto e si abbatte sui corpi di sempre.
Il luogo della morte di George Floyd non è lontano. Le opere, i murales, le scritte che lo ricordano sono ancora lì, come una ferita mai rimarginata. Quella stagione sembrava aver cambiato tutto; oggi appare piuttosto come un capitolo di una storia che continua a ripetersi, con nomi diversi e dinamiche sorprendentemente simili. Cambiano le sigle sulle uniformi, non la sostanza del potere che agisce senza rendere davvero conto.
In questo clima, l’America guarda anche oltre i propri confini, con una politica estera che alterna minacce, posture muscolari e dichiarazioni volutamente ambigue. È una linea che non cerca consenso, ma intimidazione; non costruisce alleanze, ma rapporti di forza. Lo stesso linguaggio che si usa per parlare del mondo viene applicato, senza filtri, anche alle periferie interne del Paese: territori da controllare, non comunità da proteggere.
E intanto la cultura registra, commenta, deforma. Le copertine satiriche diventano più feroci, le analisi più cupe, le domande più radicali. Ci si interroga su dove stia andando il confine tra legalità e giustizia, tra consenso e coercizione, perfino tra desiderio e obbligo, come se ogni ambito della vita fosse attraversato dalla stessa tensione di fondo: chi decide, e con quale diritto?
Minneapolis si sveglia così, tra rabbia e stanchezza, con la sensazione di aver già vissuto tutto questo e di non aver imparato abbastanza. Le candele si consumano, le strade tornano libere, gli agenti risalgono sui mezzi. Ma sotto la superficie resta una domanda che nessun comunicato ufficiale riesce a spegnere: quante volte ancora servirà un morto perché qualcosa cambi davvero?





