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Pierluigi Piccini
L’intervista a Francesco Michelotti ha una qualità evidente: è ordinata. Tutto è al proprio posto, ogni risposta rafforza la precedente, nulla sporge, nulla disturba. Si ha la sensazione di trovarsi davanti a un discorso già composto, in cui il ruolo conta più della voce e la struttura più delle singole parole.
Il partito viene raccontato come una casa solida, costruita nel tempo, capace di reggersi su legami forti e riconoscibili. La storia personale, la militanza precoce, l’idea della “famiglia” non servono tanto a spiegare un percorso, quanto a mostrare che il singolo ha senso solo dentro quel perimetro. È la struttura che precede, accoglie e definisce le persone, non il contrario.
Dentro questa cornice, il gruppo diventa il vero soggetto politico. Non c’è un progetto da discutere, ma un’appartenenza da confermare. Le parole d’ordine – onore, responsabilità, comunità – funzionano come segnali di riconoscimento. Parlano a chi c’è già, rassicurano, tengono insieme. Ma lasciano poco spazio a ciò che eccede, a ciò che non rientra, a ciò che potrebbe incrinare l’ordine del racconto.
Quando si passa ai temi più grandi, come le elezioni regionali, il discorso cambia tono ma non direzione. Le difficoltà non nascono mai dentro il campo proprio. Arrivano sempre da fuori, dalle roccaforti della sinistra, dalle divisioni del campo largo. L’avversario non è solo un competitore politico: è ciò che permette al gruppo di restare compatto, di evitare domande scomode, di trasformare un limite in una spiegazione.
Anche il richiamo a Giorgia Meloni si muove in questa logica. La legittimazione scende dall’alto e chiude il cerchio. Non serve aprire un confronto sui territori, perché la forza viene garantita altrove. È una sicurezza che nasce dalla chiusura, non dall’esposizione.
Su questo sfondo, anche i passaggi più delicati – la vicenda del Forteto, la riforma della giustizia – mantengono lo stesso registro. Le responsabilità sono sempre esterne, i nodi già sciolti, i conflitti già assegnati. Non c’è spazio per l’incertezza, perché l’incertezza incrina la compattezza. Meglio un racconto lineare che una domanda aperta.
Alla fine, l’intervista restituisce l’immagine di una politica che trova sicurezza nella propria forma. Una politica in cui la struttura viene prima del singolo, il gruppo prima del progetto, l’avversario prima del problema. È un modo di stare sulla scena che rassicura chi è dentro, ma che fatica a parlare a una realtà più larga, mobile, inquieta. Quella realtà che, nel frattempo, continua a muoversi anche quando la politica preferisce restare ferma.
Resta allora una domanda, semplice e inevasa: in questo schema così chiuso, identitario e verticale, che fine fa la cultura liberale che per anni ha avuto in Forza Italia un riferimento, per quanto contraddittorio? È ancora una visione politica, capace di incidere e orientare, o si è ridotta a una presenza di convenienza, utile a completare una coalizione ma non a interrogarla davvero?





