È bastata una settimana di protesta per far perdere la testa alla di solito misurata ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini che ieri, allarmata da due contestazioni in contemporanea, a Roma e Genova, ha pensato di chiamare il capo della polizia Vittorio Pisani per un confronto sulla «situazione all’interno degli atenei».

Una telefonata irrituale che, oltre a sembrare uno sgarbo al ministro competente, Piantedosi, tradisce il nervosismo del governo di destra davanti alle mobilitazioni dei giovani. Sono passati solo 18 mesi da quando Meloni, nel suo discorso di insediamento diceva «contestatemi, siate affamati, siate folli e anche liberi» ai giovani. Una evidente boutade che non ha convinto nessuno anche perché già qualche giorno dopo le cronache registravano l’uso di manganelli contro gli studenti.

Ieri la ministra Bernini ha dovuto dimostrare di aderire alla linea del partito di maggioranza del governo che da giorni, nelle comunicazioni riservate, chiede ai suoi di sostenere pubblicamente la tesi che le proteste universitarie per la Palestina siano infiltrate dalle Brigate Rosse.

Un’indicazione che, nelle intenzioni, dovrebbe servire a sminuire le forti istanze anti-belliche del movimento studentesco che, dopo Napoli e Torino, ha occupato nei giorni scorsi La Sapienza e manifestato a Genova per chiedere l’interruzione del bando di collaborazione tra Italia e Israele (Maeci) e dei rapporti con Leonardo e Fondazione Med-or, presieduta da Marco Minniti.

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C’è chi vuole mettere la divisa agli ateneiQUELLO CHE PERÒ il governo finge di non vedere è che la mobilitazione contro la militarizzazione delle università italiane parte da molto prima della contingenza della cronaca e il massacro della popolazione di Gaza l’ha resa solo più urgente. Anche due anni fa, a fine marzo 2022, la prima università della Capitale venne occupata per protestare contro l’escalation in Ucraina con la richiesta di tagliare gli accordi tra Sapienza e Leonardo.

Oltre al Pnrr, esiste anche un Pnrm, Piano nazionale della Ricerca militare, che coinvolge ministeri della Difesa e dell’Istruzione e Università. Il ruolo centrale del sistema universitario per il rafforzamento del comparto militare è enfatizzato anche dal Documento programmatico 2020-22 dello Stato maggiore della Difesa. Sempre nel 2022 è stato firmato un protocollo tra Crui (Conferenza dei Rettori) e Leonardo Med-Or per intensificare la collaborazione.

Secondo i dati pubblicati sul sito dello stesso gruppo aerospaziale, al momento Leonardo ha in corso una sessantina di progetti di ricerca con gli atenei italiani più cinque accordi quadro con altrettante università (PoliMI, PoliTo, La Sapienza, Università di Genova e di Bologna). Anche l’esercito si è mosso: la Federico II di Napoli, ad esempio, ha avviato da tempo un accordo-quadro con il Centro Alti Studi per la Difesa (Casd) e il Comando Operazioni in Rete dello Stato maggiore per sviluppare progetti comuni.

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Stop alla cooperazione scientifica con Tel AvivCome spiega il Movimento No MUOS siciliano in un recente dossier su Università e Guerra, lo slittamento da conoscenza come luogo di pace a conoscenza ai fini di guerra è dovuto all’intrecciarsi di diversi interessi: «Quello meramente economico e remunerativo: le aziende belliche che finanziano la ricerca non lo fanno in maniera disinteressata ma creano profitto e possono attingere a un bacino ampio di stagisti/e e tirocinanti da impiegare presso le proprie strutture; un altro fine è politico e propagandistico, con una università che si presta da un lato a legittimare le aggressioni imperialiste e, dall’altro, a diffondere la cultura della difesa e della sicurezza nei territori, che serve a normalizzare la guerra e le sue conseguenze».

L’OSSERVATORIO contro la militarizzazione delle scuole, che da anni raccoglie e archivia le segnalazioni sulle ingerenze delle forze dell’ordine nell’educazione, ha lanciato lo scorso gennaio una petizione, «Fuori le università da Med-or/Leonardo, produttrice di armi e di morte», per chiedere ai rettori di rinunciare ai loro incarichi dentro la fondazione che ha raccolto oltre trentamila firme.

«Quando la ricerca universitaria è finanziata da questo tipo aziende, la ricaduta diretta è sui progetti di ricerca che sono vincolati dalle scelte strategiche delle aziende che hanno come scopo la crescita del comparto bellico in un contesto in cui il sotto finanziamento pubblico delle università mette in crisi gli atenei», dice Margherita Esposito dell’Unione degli Universitari, mentre il collettivo Cambiare Rotta, artefice delle azioni degli ultimi giorni, chiama alla mobilitazione di massa per il 16 aprile.