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12 Ottobre 2026Vajont, l’acqua dei morti e l’energia dei vivi: perché la nuova centrale divide i sopravvissuti
La diga è ancora lì. L’onda del 9 ottobre 1963 l’ha appena scalfita e ha cancellato tutto il resto: Longarone in pochi minuti, i paesi del versante, 1.917 vite. Da sessantatré anni quel muro di cemento sta in piedi come un monumento involontario all’arroganza di un’impresa che sapeva della montagna che franava e decise di non ascoltare. Oggi intorno alla diga si riapre una discussione che sembrava impossibile: tornare a usarne l’acqua.
Il progetto l’ha presentato nel dicembre 2025 una società friulana, la Welly Red. Prevede una piccola centrale sul pendio a valle della diga, nel comune di Erto e Casso. L’acqua verrebbe dal lago residuo C, uno dei bacini rimasti intrappolati tra il muro e la frana, che da decenni defluisce verso valle attraverso una galleria di scarico. Con un salto di circa centoventi metri farebbe girare le turbine e tornerebbe poi nel torrente. Il progetto ha già superato lo screening ambientale, che lo ha escluso dalla valutazione d’impatto. La Regione Friuli Venezia Giulia lo ha pubblicato e attende le osservazioni fino al 6 novembre. Né il Comune di Longarone né la Provincia di Belluno hanno fatto ricorso.
A rendere la questione bruciante è stata la posizione di Marco Paolini. Con il suo racconto televisivo del 1997 aveva restituito al Paese la memoria del Vajont e ai sopravvissuti una dignità che lo Stato aveva loro negato. Ora apre al riutilizzo e immagina quell’acqua anche come riserva civile e agricola per la valle. La risposta di una parte dei sopravvissuti è stata netta: quelle acque, dicono, sono il vero monumento ai caduti. I sindaci si dividono. Chi è favorevole ricorda che i comuni hanno bisogno dei canoni idroelettrici, che sprecare energia oggi non ha senso e che le centrali lungo il Piave sfruttano da sessant’anni, più a valle, la stessa acqua che esce dal Vajont.
Il conflitto non è nuovo. Già oltre dieci anni fa un’ipotesi simile aveva diviso le due associazioni delle vittime, e allora qualcuno temeva che si dicesse: quelli del Vajont vendono l’acqua dei morti. È questa la frase che pesa ancora, perché il problema non è tecnico. Nessuno teme un’altra frana: la centrale sarebbe piccola, interrata, lontana dal pericolo. Il problema è che cosa significhi un luogo.
Ci sono luoghi in cui il paesaggio smette di essere risorsa e diventa testimonianza. In questi luoghi ogni uso, anche il più ragionevole, sembra togliere qualcosa al ricordo. Eppure una memoria che chiede alle comunità di restare immobili rischia di diventare un secondo esproprio, dopo quello della vita. Le valli del Vajont si sono spopolate, Erto ha meno di quattrocento abitanti, e chi resta chiede di poter vivere oltre che ricordare. La strada più onesta non passa né dal divieto né dall’indifferenza, ma da un patto esplicito. Se l’acqua torna a produrre ricchezza, una parte di quella ricchezza dovrebbe finanziare la memoria, la ricerca sul territorio e chi è rimasto. Il torto del 1963 fu decidere sopra la testa di chi abitava la valle. Il rischio, oggi, è ripeterlo al contrario.





