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Il rapporto tra Siena e la città palestinese, tra memoria e attualità di quell’esperienza
di Pierluigi Piccini
Ci sono esperienze amministrative che scivolano ai margini della memoria pubblica non perché irrilevanti, ma perché estranee alla stagione della comunicazione permanente. La cooperazione tra Siena e Dura, cittadina palestinese a sud di Hebron, appartiene a questa categoria: concreta, istituzionale, lontana dalla retorica. Negli anni Novanta prese forma in Italia una pratica innovativa: la cooperazione decentrata. L’idea era che una città potesse assumersi responsabilità oltre i propri confini, intervenendo dove diritti essenziali – istruzione, salute, inclusione sociale – risultavano fragili. Il rapporto tra Siena e Dura nacque in questo quadro. Non fu gesto simbolico ma scelta amministrativa, costruita attraverso relazioni istituzionali e il coinvolgimento di associazioni radicate nel territorio palestinese. Le priorità emersero subito: servizi sanitari, accesso alla scuola, spazi di socialità. Tra i primi interventi, l’invio di uno scuolabus per i villaggi circostanti. In contesti frammentati, un mezzo di trasporto non è logistica ma continuità educativa, possibilità concreta di frequentare la scuola, normalità. Nello stesso periodo furono attivati ambulatorio pediatrico e ginecologico, laboratorio di analisi: una rete di assistenza di base. Il progetto più visibile fu il “Garden of Siena”: ventimila metri quadrati trasformati in parco pubblico. Un intervento che, nella sua semplicità, restituiva alla comunità un luogo condiviso. In territori segnati dall’incertezza, vivere lo spazio pubblico non è dettaglio: è forma di stabilità. La cooperazione non è processo lineare. Ogni progetto incontra differenze culturali, esigenze gestionali, adattamenti necessari. Lo sviluppo non si trasferisce come modello; richiede ascolto, continuità, capacità di misurarsi con la realtà. Per questo il partenariato proseguì con centro di riabilitazione, spazio giovanile, percorsi formativi — tra cui ripresa e montaggio video — orientati a rafforzare competenze locali. Investire nelle capacità, più che nelle strutture, significa creare condizioni di autonomia. Siena e Dura furono parte di una rete più ampia che vide impegnati enti locali, associazioni, volontariato. Un lavoro discreto, che trovava forza nella durata più che nella visibilità. A oltre vent’anni di distanza, la questione non riguarda il giudizio su quanto realizzato, ma la capacità di conservarne il significato. Che fine hanno fatto quelle opere? I servizi hanno trovato continuità? Gli spazi costruiti sono ancora vissuti? Ogni progetto di cooperazione si misura nel tempo lungo, nella manutenzione, nella possibilità di adattarsi. Le guerre che hanno attraversato il Medio Oriente inducono a interrogarsi sulla fragilità di ogni intervento civile. Nessuna iniziativa locale può riparare dalla storia quando questa assume il volto del conflitto. Tuttavia ciò non riduce il valore del costruito. Al contrario, lo rende più comprensibile: offrire servizi, creare luoghi di incontro, sostenere cura e istruzione significa contribuire alla tenuta quotidiana di una comunità. Il rischio è duplice: lasciare che esperienze come questa si dissolvano nell’oblio oppure ridurle a testimonianze del passato. Tra queste possibilità esiste una strada più esigente: riconoscere che la dimensione pubblica non termina ai margini della propria geografia. Ricordare Siena–Dura non significa indulgere alla nostalgia, ma restituire misura a una stagione amministrativa che scelse concretezza invece di dichiarazioni, continuità invece di enfasi. La solidarietà istituzionale raramente fa rumore. Vive di atti amministrativi, relazioni costruite nel tempo, responsabilità assunte senza attendersi visibilità. È un filo sottile: può indebolirsi fino a scomparire, o restare parte della coscienza civica. Sta alle città decidere se considerarlo residuo del passato o traccia della propria maturità pubblica.






