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𝐃𝐀𝐋 𝐁𝐔𝐂𝐎
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La testimonianza Il comandante vietnamita e il suo messaggio ospite a Palazzo pubblico
di Pierluigi Piccini
Questa testimonianza illumina la fotografia e la apre come si apre una stanza rimasta chiusa a lungo. Quello che vi appare non ha più nulla a che vedere con il protocollo o con la cortesia diplomatica: è un incontro di tempi, di storie, di mondi lontanissimi che per un istante si riconoscono. Quell’uomo piccolo, fragile solo in apparenza, che aveva saputo tenere testa al “grande e possente esercito statunitense”, arriva a Siena non per trattare, non per firmare, non per spiegare. Si chiamava Giáp. Arriva per sedersi a una scrivania. Alla scrivania di Enea Silvio Piccolomini. Che fosse davvero quella di Pio II importa poco. Importa che per lui lo fosse. Importa l’atto di fede, l’investimento simbolico, la concentrazione quasi religiosa con cui quel gesto viene compiuto. In quel momento qualcosa si chiarisce. Un comandante vietnamita che conosce i Commentarii di Pio II, che li declama nella stanza del sindaco di Siena, che ha studiato un papa umanista del Quattrocento, incarna una forza che l’America non ha saputo vedere. Gli Stati Uniti hanno portato in Vietnam la tecnologia, il dominio dei cieli, la potenza industriale, la convinzione che la storia si pieghi alla forza. Si sono trovati davanti altro: una profondità culturale, una capacità di tenere insieme guerra e pensiero, azione e memoria, che nasce da secoli di resistenza. È in quell’istante che mi torna alla mente Apocalypse Now. La “pallottola di ghiaccio” di Kurtz: quella comprensione improvvisa, terribile, che separa per sempre chi crede nella forza bruta da chi combatte con una determinazione nutrita dalla storia. Un uomo che ha combattuto nella giungla e che conosce Pio II non è un combattente qualunque. È qualcuno che sa che la liberazione non è solo militare, ma culturale. Che la lotta contro l’impero passa anche dall’appropriazione dei suoi strumenti, dal loro rovesciamento, dalla loro riscrittura. Dentro di me riaffiorano i ricordi delle manifestazioni di via Veneto, davanti all’ambasciata americana. Il rumore, la tensione, la rabbia, i corpi compressi contro le transenne. Ma ora quella memoria si ricompone. Non era solo protesta. Era un’intuizione ancora confusa, ma giusta: il Vietnam rappresentava una forma di resistenza che affondava le radici in una visione del tempo e della cultura che l’America tecnocratica non era in grado nemmeno di percepire. Augusto Mattioli, con la sua fotografia, coglie esattamente quell’attimo. Giáp è finalmente seduto. Sorride. Non è il sorriso della vittoria militare. È qualcosa di più sottile, più profondo. È il sorriso di chi ha compiuto un pellegrinaggio, di chi ha chiuso un cerchio, di chi sente di appartenere a una storia che attraversa i secoli e non si lascia spezzare da una guerra. La guerra del Vietnam non è solo una questione di campi di battaglia. È una guerra che si gioca su un piano che gli americani non avevano nemmeno messo in conto: quello della tenacia culturale, della capacità di assorbire, rielaborare, attendere. La pazienza lunga di un popolo che aveva già respinto i mongoli, resistito ai cinesi, sconfitto i francesi a Dien Bien Phu. Seduto in quella sala del Palazzo Pubblico, guardando Giáp alla scrivania di Pio II, capisco con chiarezza che la guerra era persa in partenza. Si combatteva su piani di realtà diversi. Gli americani avevano i B-52. Lui aveva Pio II. E tra queste due forze, silenziosamente, la storia aveva già scelto.





