
NINA SIMONE – Sinnerman
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1 Novembre 2026Partiamo dai dati. Le 130 società vitivinicole analizzate dal Centro Studi Management DiVino di Studio Impresa hanno chiuso il 2025 con ricavi per 1,431 miliardi di euro, lo 0,2 per cento in meno rispetto all’anno precedente e il 2,2 per cento in più rispetto al 2023. Una sostanziale tenuta, dunque, non un crollo. La metà delle imprese, 64 su 130, ha addirittura aumentato il fatturato. Il dato che preoccupa davvero è un altro: l’Ebitda è sceso per il 63 per cento delle aziende. Ma di quanto? L’articolo non lo dice, e senza questa informazione una flessione di pochi decimali e un margine dimezzato finiscono nella stessa percentuale. Si tratta poi di valori nominali, non depurati dall’inflazione: il quadro reale è un po’ peggiore, ma resta lontano dall’immagine di un settore in ginocchio.
Più grave è il sottotitolo sulle piccole cantine. Nel testo non c’è alcuna distinzione per dimensione d’impresa, e soprattutto il campione è composto da società, cioè da imprese tenute a depositare i bilanci. Le piccole aziende agricole familiari, che costituiscono il tessuto vero del vino toscano e senese, in gran parte non ci sono. Si attribuisce loro una sofferenza che l’indagine non è in grado di misurare. Lo stesso vale per i vini rossi: lo studio non scompone i risultati per tipologia, e il legame con i rossi è un’interpretazione aggiunta da chi scrive. Gli stessi promotori, del resto, avvertono che si tratta di un lavoro preliminare e che il campione sarà ampliato. Una prudenza che il titolo ha cancellato.
Resta la risposta che sarebbe già in arrivo. A leggerla bene, è un insieme di raccomandazioni di gestione: conoscere con precisione costi e ricavi, misurare il margine di ogni prodotto, curare la liquidità, rafforzare il rapporto con le banche. Indicazioni ragionevoli, pronunciate da un centro studi di consulenza, da una docente di economia aziendale e da un dirigente di un istituto di credito. Ma il controllo di gestione è uno strumento, non una risposta a una crisi di mercato. Nulla si dice delle questioni che pesano davvero sul futuro dei rossi toscani: il calo strutturale del consumo di vino rosso, soprattutto tra i giovani, l’incertezza sui mercati esteri e sui dazi americani, le giacenze che si accumulano nelle cantine, la difficoltà di raccontare il territorio a un pubblico che cambia.
Non si tratta di negare che il vino toscano attraversi una fase difficile. La difficoltà esiste, e proprio per questo meriterebbe di essere analizzata con rigore, distinguendo i grandi gruppi dalle piccole aziende, le denominazioni forti da quelle in affanno, la congiuntura dai mutamenti di lungo periodo. Trasformare un convegno in un titolo allarmistico non aiuta i produttori, che hanno bisogno di dati affidabili per decidere, né i lettori, che si ritrovano a credere in una crisi senza capirne le cause.





