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Il giorno dopo le elezioni di metà mandato le Borse americane avevano festeggiato. Gli investitori scommettevano che un Congresso a maggioranza democratica avrebbe accelerato la fine della guerra con l’Iran, e il Dow Jones era salito di oltre millecinquecento punti. Ventiquattro ore dopo, il quadro si è rovesciato. Giovedì Wall Street ha bruciato circa 3.200 miliardi di dollari: il Nasdaq ha perso il 5,5 per cento, l’S&P 500 il 4,3, il Dow Jones il 3,4. Per il Nasdaq è la peggiore seduta dall’aprile 2025, quando Trump annunciò i dazi del cosiddetto Liberation Day; il Nasdaq 100, che raccoglie i grandi gruppi tecnologici, non scendeva così dal marzo 2020, all’esplodere della pandemia. L’indice dei semiconduttori di Filadelfia è arrivato a cedere il 12 per cento.
Venerdì l’onda ha attraversato il Pacifico. A Seul il Kospi è arrivato a perdere quasi il 9 per cento, con SK Hynix e Samsung in caduta a doppia cifra, e la Borsa ha dovuto sospendere temporaneamente gli scambi. A Tokyo il Nikkei ha lasciato sul terreno il 6,7 per cento, tornando sotto quota 60.000; SoftBank, uno dei maggiori investitori mondiali nell’intelligenza artificiale, ha perso l’11 per cento. Solo l’India, rimasta ai margini della corsa all’AI, ha chiuso in positivo: un paradosso che dice quanto il rischio si sia concentrato.
Che cosa temono i mercati? Non una crisi del ciclo tecnologico, ma un cambio di regole. Gli investitori leggono nella vittoria democratica, specie in Stati come Texas e Georgia, il rischio di norme più restrittive sulla costruzione delle infrastrutture di calcolo, di inchieste sul potere delle grandi piattaforme, di limiti all’intelligenza artificiale. Un analista lo ha detto con precisione: più che una rivalutazione del ciclo, è una rivalutazione del rischio politico. E questo rischio colpisce un comparto già fragile, dove da mesi ci si interroga sul rendimento di investimenti enormi.
Qui sta il punto che merita una riflessione. Per anni la crescita dell’intelligenza artificiale è stata raccontata come una corsa senza attrito, in cui ogni regola era un ostacolo. La reazione delle Borse conferma invece che quella crescita poggia su condizioni materiali precise: energia, reti, territori, consenso delle comunità. Le infrastrutture digitali non sono entità astratte, occupano suolo, assorbono potenza elettrica, entrano nella vita dei luoghi. Quando la politica torna a chiedere conto di queste condizioni, il mercato trema, perché aveva scontato un futuro privo di mediazioni.
Eppure la regolazione non è necessariamente nemica dello sviluppo. Un’infrastruttura progettata insieme ai territori, alimentata da fonti rinnovabili, attenta ai consumi d’acqua e capace di restituire valore alle comunità che la ospitano è più solida di una costruita in fretta sull’onda dell’euforia finanziaria. In questo senso la lezione americana riguarda anche l’Europa e l’Italia: la partita dell’intelligenza artificiale non si vince inseguendo la velocità altrui, ma costruendo modelli in cui sviluppo tecnologico, energia pulita e governo del territorio procedano insieme.
Qualcuno, a Wall Street, già parla di reazione istintiva e di occasioni per l’investitore paziente. Può darsi. Ma il segnale resta: il tempo in cui la tecnologia poteva crescere fuori dalla politica è finito. Da oggi ogni data center, ogni rete, ogni chip passa anche da una domanda di legittimità.





