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Il pezzo di Guido Barlozzetti funziona perché riesce in una cosa non scontata: parlare di un fenomeno popolare senza abbassare il livello del ragionamento e senza rifugiarsi nello snobismo critico. Il tono è piano, discorsivo, ma il pensiero è chiaro e progressivo. Si parte dai numeri – inevitabili, ma mai feticizzati – per arrivare subito alla vera questione: perché il pubblico continua ad andare in massa a vedere Checco Zalone.
La risposta non è cercata in formule astratte, ma nel rapporto diretto tra personaggio e spettatore. L’osservazione sulla coincidenza tra Zalone sullo schermo e Zalone fuori dallo schermo è centrale e ben argomentata: non è un semplice trucco comico, ma un dispositivo antico del cinema popolare, qui aggiornato ai tempi presenti. Barlozzetti lo ricorda con misura, senza inutili paragoni gerarchici, lasciando che il dato storico serva solo a illuminare il presente.
Molto efficace è l’analisi del “menefreghismo” come chiave del successo. Non viene celebrato né demonizzato, ma riconosciuto come sentimento diffuso, quasi una reazione di rigetto a un clima percepito come ipocrita o eccessivamente normativo. Zalone diventa così una figura liberatoria, qualcuno che dice ciò che molti pensano e non osano dire, e lo fa rompendo regole, linguaggi, posture. Qui il pezzo coglie un nervo scoperto del nostro tempo, e lo fa con intelligenza.
Altrettanto convincente è la parte finale, quando Barlozzetti definisce questo cinema “consolatorio”. È una parola chiave, usata senza disprezzo ma con lucidità. Il film non sovverte l’ordine delle cose, non apre veri conflitti, ma riconsegna allo spettatore un’immagine familiare dell’italiano medio, con vizi evidenti e qualche redenzione prevedibile. Ed è proprio questa prevedibilità, inserita nella tradizione della commedia all’italiana, a spiegare il successo e insieme il limite.
Nel complesso è un intervento equilibrato, intelligente, capace di tenere insieme analisi culturale e leggibilità. Non chiude il discorso, non pretende di dare giudizi definitivi, ma offre una chiave di lettura solida e onesta. Una critica che osserva, capisce e accompagna il fenomeno, senza farsene sedurre né respingerlo per riflesso.





