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NUOVO CINEMA MANCUSO
L’impero degli Ellison
“Sarebbe stato bello avere la Warner Bros Discovery a un prezzo ragionevole. Non a qualunque prezzo”. Lo dicono Ted Sarandos e Greg Peters, i due Ceo di Netflix che hanno declinato la possibilità di un’altra offerta per vincere la gara con Paramount. Interessata allo stesso affare, e più vicina al cuore e al portafoglio di Donald Trump.
Il presidente, per chiarire le sue posizioni, pochi giorni fa aveva chiesto la testa di Susan Rice, nel board di Netflix dopo essere stata rappresentante all’Onu dell’ex presidente Barack Obama, nonché suo consigliere per la sicurezza nazionale dal 2013 al 2017. Una spina nel cuore di Trump – una delle tante, per dire la verità. Nulla è successo finora.
Da quando tutto è cominciato, il Ceo di Warner David Zaslav ha rifiutato varie offerte di Paramount. Ora però Paramount ha aggiunto 7 miliardi di dollari, a titolo di risarcimento se l’offerta venisse bloccata dal governo perché contraria ai regolamenti, più altri soldi per ogni trimestre di ritardo. Ted Sarandos di Netflix ha fatto un passo indietro, lasciando – dice – che qualcun altro “paghi prezzi spropositati”. David Zaslav ha commentato l’affare dicendo che non vede l’ora di “raccontare le storie che muovono – e commuovono, il verbo vale nei due casi – il mondo”.
Spropositato è anche il bottino. Se le trattative andranno in porto, l’amministratore delegato di Paramount David Ellison e suo padre Larry Ellison avranno un impero mediatico e tecnologico. Conviene subito rimangiarsi i commenti fatti su una possibile fusione tra Netflix e Warner. Gli Ellison, intesi come padre e figlio, hanno interessi pure nella versione Usa di Tik Tok, e in Oracle, gigante che opera nei cloud, nelle banche dati, nelle tecnologie di intelligenza artificiale.
Resta la questione, non secondaria, dei debiti. Larry Ellison, il miliardario e generoso genitore, ha dato garanzie personali per 40 miliardi di dollari. Cosa non si fa per un figliolo poco più che quarantenne che una ventina di anni fa era arrivato a Hollywood con l’intenzione di fare l’attore. E oggi si ritrova al comando dei due più grandi studi cinematografici di Hollywood, a cui bisogna aggiungere la Hbo e la Cnn – che pare essere il vero boccone ghiotto agli occhi del grande capo e sponsor Donald Trump.
“Aspettate, aspettate… non avete ancora visto niente”. La battuta era nel “Cantante di jazz”, il primo film sonoro nella storia di Hollywood, anno 1927. Un secolo dopo, neanche noi abbiamo ancora visto niente. L’accordo Netflix-Warner era temuto per la diversità delle aziende, ma che dire del nuovo accordo? “Monopolio” pare del tutto sproporzionato alla situazione. Tutto è pronto per Barron, quando gli verrà un ghiribizzo artistico.
TIENIMI PRESENTE
di Alberto Palmiero, con Alberto Palmiero, i genitori e la fidanzata di Alberto Palmiero, il cane di Alberto Palmiero
Comincia
con un pitch. Immaginate uno speed date per cuori solitari, riservato ai registi in cerca di finanziamenti. Pochi minuti per presentare un progetto, il produttore Gianluca Arcopinto (quello vero) ascolta e dice “interessante” – troverà interessante anche quello del vicino di tavolo. Passano mesi, la sospirata telefonata non arriva, il giovane eroe fa la comparsa su un set di Marco Bellocchio. Si gira la scena dell’arresto di Enzo Tortora, per la serie “Portobello” ora su Hbo Max. Il regista ha un problema con le comparse che “sentono il fuoco”; insomma, capiscono quando sono inquadrate, e non sembrano – come dovrebbero – giornalisti che sgomitano a caccia di una dichiarazione. L’aspirante regista, stanco di delusioni, torna a vivere con i genitori ad Aversa, provincia di Caserta (la prima di varie stazioncine fuori mano che vedremo). Dispiaciuto, ma senza i vizi del giovane regista che si sente un Artista Incompreso dal Mondo Intero. Ai pranzi familiari lo mettono al tavolo con i piccoli (c’è da far posto al cognato arrivato dalla Svizzera che magnifica lo stipendio in franchi). Si chiede dove ha sbagliato. Riallaccia i rapporti con la fidanzata di quando “erano piccoli” – una che non ricorda i finali delle barzellette. Guarda tartarughe neonate sulla spiaggia. A giudicare da questo film, il talento ce l’ha. E sa tagliare: al “Ti racconto…” non segue per forza la storia con tutti i noiosi dettagli.
SCREAM 7
di Kevin Williamson, con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette, Jasmin Savoy Brown, Isabel May
Gli
anni passano e a furia di sequel le scream queen cominciano a maturare un’età ragguardevole. Qui Sidney Prescott – l’attrice Neve Campbell – scherza sulla faccenda facendo riferimento a Jamie Lee Curtis, nella saga parallela “Halloween”. “Scream” è arrivato all’episodio numero 7, “Halloween” è al numero 13, ma c’è stato un reboot – quali siano genuini, e quali vadano esclusi dall’asse ereditario, calcolatelo voi che siete addentro alle segrete cose. La canadese Neve Campbell è nata nel 1973, non le si conoscono ruoli fuori dalla saga. Jamie Lee Curtis è del 1958: figlia di Tony Curtis e di Janet Leigh ha vinto un Oscar come migliore attrice non protagonista per “Everything Everywhere All at Once” diretto dai Daniels (e dal 1996 ha il titolo di baronessa Haden Guest). Sono pronte per girare insieme un remake di “Che fine ha fatto baby Jane?”. Oppure di “Piano piano, dolce Carlotta” – entrambi diretti da Robert Aldrich negli anni 60 del Novecento. A quell’epoca le attrici arrivavano all’horror quando l’età vietava altri ruoli. La povera Sidney Prescott ora ha una figlia – peraltro difficile da piazzare nella cronologia dei film. Non può sempre scappare da assassini mascherati, che nel caso di “Scream” si moltiplicano. Nei primi film, con una maschera – che nessuno riconduce più a “L’urlo” di Munch, la vera idea pop del film – e la voce camuffata al telefono. Ora con l’intelligenza artificiale che fa miracoli.
IL SUONO DI UNA CADUTA
di Mascha Schilinski, con Luise Heyer, Lea Drinda, Suzanne Wuest
Premio
della Giuria a Cannes 2025.
Tra gli applausi di chi era riuscito a stare sveglio fino alla fine di questa storia che attraversa il secolo, dalla Prima guerra mondiale a noi, in una fattoria nel nord della Germania. Abbiamo fatto parecchia fatica, pur afferrando il meccanismo che rimanda alla vita grama delle donne – fin da bambine, quando assistono a un’amputazione dopo un incidente agricolo. Nel 1914, l’operazione in cortile è cruenta, la piccola Alma sbircia di nascosto e rimane segnata. Lì vivranno dopo di lei Erika, Angelika e Lenka. La casa viene un po’ sistemata ma non cambiano le fatiche. Seminare e raccogliere, badare agli animali, preparare da mangiare e lavare i panni. Senza lavatrice e lavapiatti, la cucina alimentata a legna. Dopo un po’ ci si chiede: ma perché la regista mi racconta tutto questo, in due ora e mezza che paiono non finire mai? Vada per l’eredità famigliare, ritmata dalle mele che rumorosamente cadono dagli alberi – da qui il titolo del film. Vada per la dura vita delle donne contadine, generazione dopo generazione. Vada per la grande storia che trascorre fuori e lontana, senza minimamente turbare la fienagione e la coltivazione delle patate, che prosegue uguale nei decenni. Lo spettatore, se sveglio, si chiede “perché?”. I recensori fantasiosi inventano formule come “organicamente inorganico”. L’intelligenza artificiale parla di Jung. La regista, di dolore stratificato e sedute spiritiche.
CHOPIN, NOTTURNO A PARIGI
di Michal Kwiecinski, con Eryn Kulm, Josephine de la Baume, Victor Meutelet
Son
peggio i film sui musicisti o quelli sui pittori? Ci sarebbero anche i film sugli scrittori, in fondo alla lista nera. I pianisti con i capelli lunghi – è il caso di Chopin, in questo film pure tisico – e chi lavora con i pennelli riempiono meglio la scena. Se poi assieme agli artisti ci sono le modelle biotte, è quasi fatta. E’ comunque un genere che vivamente sconsigliamo, ai registi e agli spettatori. Questo dura più di due ore e ha molti tempi morti, anche se il regista vanta la sua sensibilità musicale e scenografica, fiero di aver evitato i luoghi comuni e le pose del pianista romantico: precoce talento e salute cagionevole. Siamo nel 1835. Frédéric Chopin – scritto alla francese, alla polacca sarebbe Fryderyk – ha 25 anni e a Parigi è una celebrità. Tutti lo vogliono, tutti lo invitano – parliamo ovviamente di aristocrazia, anche le signore – e perfino il sovrano ne riconosce il talento. Va alle feste, tiene concerti, frequenta i salotti come se fosse instancabile. A dispetto della salute malconcia: tossisce e resta il sangue sul fazzoletto – se ci fosse bisogno di completare il quadro dell’artista romantico e fragile; e a Parigi sta arrivando il colera. Il giovane dandy malinconico conosce la gloria insieme alla solitudine. Compone alcune tra le sue opere più belle e impartisce lezioni. Franz Liszt appare più robusto. George Sand nota subito il giovanotto: “Il suo sguardo ardente come brace era su di me”.





