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2 Maggio 2026C’è un cadavere sulla spiaggia E il potere trema
Il 9 aprile 1953 sul litorale romano si scopre il corpo di Wilma , 21 anni. Suicida? Improbabile. Il nostro quotidiano ne dà notizia il 13 e rivela una vicenda che coinvolge il figlio di un potente ministro democristiano, scatena la lotta tra partiti, apre scenari di vizi e torbidi interessi. Senza che si arrivi a un colpevole
Il sole del mare abbaglia e nasconde. E anche quella volta ci riuscì, almeno per una manciata di giorni. Fino a quando il 9 aprile 1953 sulla spiaggia di Torvaianica — frazione di Pomezia, presso Ostia, Roma — un manovale, Fortunato Bettini, che stava facendo colazione sulla sabbia, trova un cadavere. Con un nome che si scoprirà molte ore dopo: Montesi Wilma, anni 21, residente a Roma, via Tagliamento. E dietro al quale, per anni, si sono mossi esponenti politici, funzionari di polizia, ufficiali dei carabinieri, alti magistrati, commis di Stato, eminenti prelati, attrici e aspiranti tali, nobili e importanti borghesi. Mondi di potere e guerre tanto aspre da costringere, il 18 settembre 1954, il ministro Attilio Piccioni a dimettersi per via del coinvolgimento del figlio Piero nell’inchiesta Montesi.
Ma tutto questo non è ancora accaduto: il sole del mare è riuscito a nascondere la morte anche al «Corriere». Solo che l’11 aprile 1953 un cronista del «Messaggero» viene a sapere di un cadavere senza identità, riesce a entrare nella camera mortuaria e a fare una descrizione della vittima talmente accurata che un uomo si precipita il giorno dopo a Medicina legale. E dice ai sanitari: «Mi chiamo Rodolfo Montesi. Quella è mia figlia». Il 13 aprile il «Corriere» scrive per la prima volta del caso, ultima delle brevi di cronaca, titoletto su due righe: «I parenti escludono che si tratti di suicidio», che è sin da subito la pista principale seguita dalla polizia. Tutto questo sembra già un romanzo e invece è cronaca di una morte. Quella di Wilma Montesi, giovane bellissima e indipendente che sogna un futuro nel cinema e rappresenta una rottura con l’idea di donna sottomessa. Una morte, ancora senza colpevoli 73 anni dopo, che investe la politica, la religione, la droga, i festini, la musica, il cinema, la nobiltà, la bella vita. E soprattutto si porta in dote interessi di gruppi politici che usano il caso Montesi per colpire gli avversari.
Bisogna calarsi in quell’Italia appena uscita dal fascismo: in piena guerra fredda, il Partito comunista era il più forte in Europa. Il potere era nelle mani della Democrazia cristiana, osteggiata dal Partito socialista, dagli altri partiti laici, dai monarchici e dal Movimento sociale dei nostalgici. Un’Italia che cantava Grazie dei fior e leggeva Il conformista di Alberto Moravia o Il manifesto del partito comunista conservatore di Antonio Delfini.
Il «Corriere» intuì presto che la morte di Montesi era una partita alla quale giocavano anche svariati quotidiani, interfacce di altrettanti interessi. E quindi trattò tutti allo stesso modo: anche i giornali furono considerati «fatti» da raccontare in una vicenda anomala, tutta «vizi privati, pubbliche virtù e potere politico». Il direttore Mario Missiroli scriverà il 14 marzo 1954, un anno dopo: «Questo è qualcosa di più di uno scandalo giudiziario, è qualcosa di più e di diverso di una torbida faccenda (…). È un avvenimento politico che impegna tutta quanta la democrazia italiana. Come mai si è arrivati a tanto?».
Come si è arrivati a tanto lo racconta il «Corriere». Già il 14 aprile 1953 il quotidiano di via Solferino non crede che la ragazza si sia tolta la vita, scrive la parola suicidio tra virgolette e annota: «Il cadavere è stato trovato privo di alcuni indumenti»; indossa «una gonna di lana gialla a puntini verdi, le calze, il bustino reggicalze e le scarpe». Tuttavia le indagini della polizia sono talmente spedite che il 15 aprile il «Corriere» dà conto dei risultati autoptici («Sarebbe da escludersi l’ipotesi del delitto») ma parla di questa morte come di «mistero più fitto». Il 16 aprile titola in un trafiletto sibillino: Qualcuno spinse la ragazza a togliersi la vita a Ostia?. Il pezzo rivela che la giovane «sarà sepolta con l’abito da sposa che tanto avrebbe desiderato per le nozze che avrebbe dovuto celebrare in dicembre» con Angelo Giuliani, un sottufficiale di polizia. Quella stessa «polizia che è riuscita a mettere la parola fine sul caso di Wilma Montesi che, peraltro, si sa per certo non è stata assassinata». Il 17 aprile il «Corriere» titola: Fiori bianchi sul feretro della ragazza morta a Ostia. Fine della storia? Macché.
La Procura fa, per l’epoca, una mossa senza precedenti: manda un comunicato stampa per sottolineare che gli accertamenti della polizia sono «insoddisfacenti», le indagini continuano ed è la magistratura a dirigerle. Il procuratore rivolge un appello alla cittadinanza per raccogliere altre testimonianze: è così che il 25 aprile titola su tre colonne il giornale. La storia infiamma l’opinione pubblica. Il 3 maggio l’inchiesta presenta «aspetti enigmatici e inquietanti»: non convince il fatto che la ragazza sia morta per effetto di una «sincope dovuta a un pediluvio», come hanno attestato i medici, e neppure che sia stata uccisa perché sul cadavere non ci sono segni di violenza. Non convince un altro dato: il giorno della sparizione di Wilma, la madre, nel rientrare a casa, trova sul tavolo i documenti della figlia, un braccialetto che le ha regalato il fidanzato e la foto del fidanzato stesso: perché? «Una ragazza semplice come pare Wilma Montesi è diventato adesso un enigma: un enigma in una bara».
Poco dopo l’opinione pubblica vede arrivare sullo scacchiere di questo caso il mondo della politica. Lo chiamano in causa due giornali attraverso accostamenti sibillini che evocano la figura di Piero Piccioni, musicista jazz, autore di celebri colonne sonore per il cinema, fidanzato di Alida Valli e figlio di Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio e gran visir della Dc. È il quotidiano monarchico «Roma» a scrivere che Wilma è stata vista, una decina di giorni prima del 9 aprile, nei pressi di Torvaianica con il «figlio di una nota personalità politica governativa». Ed è su «Il merlo giallo», giornale di destra, che compare una vignetta satirica in cui viene effigiato un reggicalze, tenuto nel becco da un piccione viaggiatore diretto in questura. Il «Corriere» fa cronaca pura: il 6 maggio 1953 dà conto di uno strano movimento dei vestiti della vittima — non si capisce se siano stati consegnati alla Questura oppure no — e dà spazio a un comunicato stampa diramato dal questore per «smentire le voci relative al figlio di una “personalità politica” coinvolto nell’oscura vicenda». Sembra finita lì e invece il nome di Piero Piccioni lo fa chiaramente il settimanale «Vie Nuove» che lo associa al delitto Montesi. Il periodico comunista viene «querelato dal figlio dell’on. Piccioni», come titola il «Corriere» il 12 giugno. Nome di Piccioni che poi viene ritrattato dallo stesso settimanale, come riporta il 7 luglio il nostro quotidiano. Nel frattempo scoppia il pandemonio politico, ma non si fa un passo avanti sull’inchiesta: il 24 luglio il cronista Gino Visentini firma un pezzo meraviglioso sul «Corriere»: Manca uno Sherlock Holmes che dia il volto a un’ombra.
C’è però chi ha la certezza in tasca. Il 6 ottobre il direttore di «Attualità» Silvano Muto pubblica un articolo, La verità sul caso Montesi, che si basa sulla testimonianza di un’aspirante attrice, tale Adriana Concetta Bisaccia: Montesi sarebbe morta dopo un’assunzione smodata di droghe e il suo corpo in fin di vita sarebbe stato trascinato sulla spiaggia da Piccioni e da Ugo Montagna. La nuova testimone avrebbe partecipato con Wilma a un’orgia, insieme a nobili romani e figli di politici. Dove? A pochi metri dal luogo del ritrovamento di Wilma c’è la tenuta di Capocotta, affittata dal marchese Montagna, siciliano trapiantato nella Capitale, legato a personalità eccellenti dei palazzi romani. Per capire che effetto fa questa notizia sull’indagine, lo si sa il 5 gennaio 1954 quando il «Corriere» pubblica un trafiletto per dare due notizie. La prima: gli approfondimenti investigativi, quelli disposti con puntiglio dalla Procura, portano all’archiviazione della vicenda. La seconda: il direttore di «Attualità» Muto viene rinviato a giudizio per diffamazione. Si tratta del solito Muto che il 29 gennaio compare in un ampio articolo del «Corriere»: durante un’udienza, il direttore di «Attualità» fa mettere a verbale di avere contattato l’aspirante attrice Adriana Concetta Bisaccia su «segnalazione del dottor Angioi, vicedirettore generale della Camera dei deputati». E se non fosse ancora chiaro che ormai la morte della giovane sia solo e soltanto politica, il senatore dell’Msi, Franz Turchi, fa un’interrogazione «a (Mario, ndr) Scelba sul caso di Wilma Montesi» («Corriere», 15 febbraio; Scelba, già ministro dell’Interno, era dal 10 febbraio anche presidente del Consiglio).
Quando l’indagine è ufficialmente chiusa, spunta fuori un’altra testimone: si tratta di Moneta Caglio che la giornalista Camilla Cederna aveva battezzato «Il cigno nero», anche lei, come Montesi, aspirante attrice. Figlia di un notaio milanese e amante del marchese Montagna, Caglio lo accusa assieme a Piccioni della morte di Montesi: tutto finisce in un memoriale consegnato a un padre gesuita che lo fa arrivare ad Amintore Fanfani, già ministro dell’Interno ed esponente della corrente opposta ad Alcide De Gasperi e a Piccioni. La Procura apre un’altra inchiesta — Il dottor Sepe interrogherà i familiari di Wilma titola il «Corriere» del 3 maggio — e dispone che sia «esumata la salma di Wilma Montesi» («Corriere», 28 aprile). Passano i mesi, la polemica monta, la Dc è sotto assedio: il 29 giugno per il «Corriere» la «partecipazione di Piccioni e di Montagna alla vicenda sarebbe esclusa». È così? Intanto i segugi della politica di via Solferino anticipano il 17 settembre che «Piccioni si dimetterà per meglio difendere suo figlio». Cosa che puntualmente avviene. «È triste che alcuni partiti abbiano preso pretesto da questa vicenda giudiziaria per intensificare la permanente campagna di scandali che tende a sovvertire la libertà per tutti», scrive nell’editoriale del 19 settembre il direttore Missiroli. Alla Camera, nei mesi precedenti, era infatti successo di tutto: durante un dibattito, il comunista Giancarlo Pajetta si era rivolto verso i banchi democristiani, urlando: «Capocottari!». E il socialista Pietro Nenni aveva vaticinato: «Capocotta sarà la Caporetto della borghesia».
La notizia deflagra. Anche perché il 21 settembre Piccioni e il marchese Montagna vengono arrestati mentre l’ex questore di Roma, Saverio Polito, viene raggiunto da un mandato di comparizione per favoreggiamento. «Così la situazione si chiarirà», dice il presidente del Consiglio, Scelba. «Un mandato di cattura è un atto giudiziario che nel presente caso si può essere tentati di politicizzare. Questo è il pericolo, e il danno, e l’ingiustizia che si deve evitare in ogni modo»: così l’articolo di fondo sul «Corriere d’informazione» del 22 settembre.
Si arriva al processo che viene spostato a Venezia per ragioni di ordine pubblico: lì arrivano le prime sorprese. Titolo a nove colonne, 15 marzo 1957: I medici confermano che Piero Piccioni era malato il giorno in cui Wilma Montesi scomparve da casa. Il musicista ha un alibi: passa i giorni precedenti la morte di Wilma a Ravello, in compagnia della fidanzata Alida Valli. Il giorno della sparizione di Montesi, Piccioni torna a Roma: i suoi familiari, compreso il padre, sono ancora a tavola. Il giovane musicista si ammala e viene visitato da un medico che, con altri sanitari, conferma l’alibi. Dal cadavere riesumato zero risultati: non c’è traccia di droga. E nell’arringa della Procura, dati alla mano e testimonianze incrociate, Piccioni non s’è mai visto, anzi «assai poco intravisto»: si chiede l’assoluzione che arriva, per tutti gli imputati, il 28 maggio. Il giorno successivo esce un altro editoriale, Morale di un processo, nel quale il direttore Missiroli dice che «il caso Montesi non è chiuso» e andrà cercato il colpevole. Ma anche un’altra pista — che porta la Procura a indagare su Giuseppe Montesi, zio di Wilma — finisce nel nulla. Le uniche condanne definitive arrivano nel 1967: il direttore Muto e Caglio vengono rispettivamente condannati, in Cassazione, a due anni e a due anni e mezzo per calunnia. Caglio, in una videointervista rilasciata al «Corriere», dice: «Andreotti sapeva tutto quello che era accaduto veramente a Wilma».
Nessun colpevole per la morte di una ragazza. Nessun colpevole da comunicare ai familiari di Wilma che, nel frattempo, non hanno più soldi e — così il «Corriere d’Informazione» del 15 gennaio 1955 — sono «costretti a vivere di prestiti e di carità». Il sole del mare continua a nascondere e abbagliare. Dopo 73 anni.





