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L’incontro originario
11 Giugno 2026di Pierluigi Piccini
C’è un gesto, nel programma che presentiamo, che vale la pena rendere esplicito perché non è scontato: portare, per la seconda volta, il teatro contemporaneo, il canto antico e il fuoco non nella piazza centrale del paese, ma a Tre Case, a Saragiolo, a Quaranta, a Casa del Corto. Le frazioni. I luoghi che la geografia amministrativa chiama periferie e che noi, da quassù, sappiamo essere tutt’altro. In un comune di montagna le frazioni non sono ciò che resta dopo il centro: sono il modo in cui una comunità si è distribuita nel tempo lungo il territorio, seguendo l’acqua, il lavoro, le strade vecchie. Portarvi un festival significa riconoscere che la vita pubblica non ha bisogno di essere accentrata per essere vera, e che un borgo di poche case, una sera di luglio, può diventare il centro degli interessi culturali.
La Bella Stagione nasce da questa convinzione, e alla sua seconda edizione la conferma con una scelta che non è di calendario ma di pensiero. Quattro serate, dal 10 al 24 luglio, costruite intorno a un’unica meditazione: il tempo che passa e ciò che, contro quel passare, scegliamo di condividere. La direzione artistica di Valeria Pinzi l’ha disposta lungo due direzioni che si parlano. Da una parte due monologhi — La malattia dell’ostrica di Claudio Morici e Sergio di Francesca Sarteanesi — che sono la forma più sola del teatro, una voce in una scena vuota, e che dicono la fragilità dell’uomo, il viaggio a ritroso nella propria età a rischio, la materia intima di un addio. Dall’altra due riti che da sempre tengono insieme gli uomini: il fuoco e il canto. È un arco, non un elenco: si parte dalla solitudine e si arriva alla comunione. Si esce da sé per sentirsi meno soli. Chi conosce il teatro sa che non c’è tesi curatoriale più antica e più necessaria di questa.
Non è un caso che tutto, qui, ruoti intorno al tempo. Il ginocchio sbucciato dell’immagine firmata da Michele Scalacci ci riporta in un colpo solo a quelle estati vissute con inconsapevole leggerezza, quando il tempo si dilatava. Ma «bella stagione» è espressione che porta dentro la propria fine: è bella perché finisce. Morici torna indietro alla propria adolescenza per capire come accompagnare il figlio nella sua; Sergio fa dei ricordi più ordinari — una cena di pesce, le scelte sempre giuste — la sostanza di un congedo; la trebbiatura è il ciclo agrario che si chiude; e i Tenores cantano al tramonto. Il festival, nel suo insieme, è una piccola scienza del transitorio. E come ogni cosa che sappia di dover finire, insegna a stare nel presente.
Il momento in cui questa poetica diventa pienamente vera è la serata conclusiva, a Casa del Corto. I Tenores di Orosei dentro la Chiesa del Sacro Cuore, al tramonto, nell’ambito della Festa della Trebbiatura: qui il teatro diffuso smette di essere una formula e diventa carne. Un canto confraternale sardo, sacro e profano insieme, custodito per generazioni da una sola famiglia fino alla voce di Tore Mula, entra in una chiesa amiatina dentro un rito agrario del nostro territorio. È l’incontro di due liturgie di luogo che si riconoscono da lontano, due forme della medesima fedeltà alla terra. In quella sera la frazione non fa da sfondo: è co-autrice. E tutto il discorso, spesso retorico, sulle periferie che sono cuore vivo, lì si verifica senza bisogno di essere dichiarato.
Né va sottovalutata la festa. Danza, Fuoco & Romanticherie della compagnia Crème & Brulè porta a Saragiolo una storia d’amore senza parole, raccontata da due clown che danzano con il fuoco, e lo fa con un mestiere che ha girato i festival di mezza Europa. È la serata più aperta, più popolare, fatta per tutte le età — e una rassegna che voglia abitare davvero le frazioni ha bisogno di questo respiro, perché il pubblico di un borgo non è una platea da laboratorio ma una comunità che si ritrova. Il fuoco, qui, è gioia condivisa prima ancora che simbolo. E su una montagna che porta dentro di sé il fuoco di sotto, vederlo danzare in una piazza non è mai soltanto intrattenimento.
Resta da dire la cosa che, per noi, conta di più. Questo festival è dedicato alla memoria di Dante Cappelletti, critico teatrale pianese, a trent’anni dalla sua scomparsa. Dedicare una rassegna a un critico — non a un autore, non a un attore, ma a chi del teatro fu sguardo e intelligenza — è una scelta che dice come intendiamo la cultura: non spettacolo da consumare, ma pensiero da coltivare. E i nomi che Valeria ha scelto onorano quella memoria, perché sono nomi della ricerca teatrale vera, portata fin quassù senza abbassarla di un grado. È questo l’impegno dell’Amministrazione: una cultura che non sia evento isolato ma disegno continuo, fatto di teatro, musica, arte contemporanea e cura della memoria, e che assuma i luoghi del territorio — le frazioni, le chiese, gli spazi minori — come materia prima di una vita pubblica condivisa.
La Bella Stagione, in fondo, è una promessa che facciamo al nostro territorio: che la bellezza non è cosa da grandi città, e che una comunità di montagna può darsi, ogni luglio, la sua stagione. La più bella, proprio perché sua.





