
La retorica non fa finanza
15 Agosto 2026di Pierluigi Piccini
Nella conferenza stampa di oggi il sindaco ha detto, senza accorgersene, molto più di quanto volesse. Difendendo la scelta di Teodora Axente per il drappellone dell’Assunta, Nicoletta Fabio si è messa a parlare del Monte, e ha paragonato la pittrice a Luigi Lovaglio con un accostamento che lei stessa ha definito «un po’ irriverente, un po’ inopportuno». Ha ragione: è inopportuno. Ma non perché sia azzardato. Perché è troppo giusto. In quel paragone si vede tutto intero il modo in cui questa amministrazione affronta i problemi.
Il ragionamento è lineare. Il sindaco difende il drappellone parlando di sacro: la devozione dell’artista alla Madonna, la città che si affida alla sua protezione, la battaglia di Camollia, il panno che «va in Duomo, va in Provenzano». Poi le chiedono del Monte, e usa le stesse identiche parole: l’identità di cinquecento anni, il «mantra» — lo chiama proprio così — fatto di integrità, marchio e posti di lavoro, e l’abbraccio a Lovaglio dato «dopo che si era affidato alla Madonna». Difende un quadro e difende una banca allo stesso modo. E il modo è sempre uno: affidarsi.
Qui sta il punto, e vale la pena dirlo chiaro. Affidarsi e difendere sono due cose opposte. Chi si affida si mette nelle mani di qualcuno più grande di sé e chiede protezione: è un gesto di attesa. Chi difende, invece, agisce: prende uno strumento e lo usa. Una comunità che ha paura e non trova strumenti torna sempre, per vecchio istinto, al rito: accende candele, prega, si consegna. È umano. Ma un’istituzione non può fermarsi lì. Un cittadino che accende una candela e un sindaco che ha responsabilità pubbliche non stanno nello stesso posto e non hanno gli stessi doveri.
Non è un caso che la frase più importante di tutta la conferenza non riguardi la Madonna, ma la banca: «Io non entro negli aspetti tecnici, né possiamo interferire in quelle che sono delle logiche, dei meccanismi prettamente economici e le dinamiche di mercato». Detta così sembra prudenza, buon senso. In realtà è una rinuncia. Perché sono proprio quegli “aspetti tecnici” a decidere chi vince e chi perde questa partita.
Uno strumento per difendere davvero il Monte, infatti, esiste. Si chiama golden power. È il potere che la legge dà al governo di mettere condizioni, o perfino di dire no, quando qualcuno vuole comprare un’azienda considerata strategica per il Paese. Nel caso dell’offerta su Monte dei Paschi, il golden power permetterebbe di scrivere nero su bianco, per decreto, quello che a Siena si chiede solo a parole: che la banca resti tutta insieme, che il nome non sparisca, che le decisioni continuino a prendersi in città. È la differenza tra sperare e ottenere. La Presidente del Consiglio può augurarsi che il Monte non venga smembrato; il golden power è ciò che trasformerebbe quell’augurio in un vincolo. Dire in partenza «io non entro negli aspetti tecnici» significa buttare via l’unico strumento che rende la difesa concreta, e tenersi in mano solo il nome, il marchio, l’identità evocata come una reliquia.
È lo stesso errore della difesa del drappellone. Il Monte viene trattato come un dipinto da custodire, non come una banca da governare. Si discute l’immagine, il decoro, il rispetto del simbolo, e si lascia fuori l’unica domanda che conta: chi comanda, con quali mezzi, dentro quale gruppo. La battaglia sul nome si combatte volentieri, perché il nome si difende parlando. La battaglia sulla sostanza si evita, perché costringerebbe a entrare davvero in quegli “aspetti tecnici” che il sindaco dice di non voler toccare. Ecco perché il paragone con Axente, altro che irriverente, è la cosa più vera detta oggi: rivela che per chi governa Siena il Monte è ormai un’immagine sacra da proteggere, non un bene da difendere con gli strumenti giusti.
Lo stesso vizio spunta anche nella difesa del quadro. Il sindaco rivendica la libertà dell’artista — «non tenuti a presentare bozzetti» — e nella stessa frase racconta di aver fatto coprire una Madonna troppo scollacciata e cambiare un cavallo nero che non le piaceva. Quindi quella libertà si dà e si toglie a piacere, secondo i casi: non è un principio, è una concessione. E ciò che si concede per gentilezza non protegge nessuno, né l’artista né la banca. Lo stesso potere che tutela quando vuole è quello che, quando vuole, si dichiara impotente.
Infine il tono, che non è un particolare da poco. Il sindaco ha aperto la conferenza parlando di un’amarezza «non tanto istituzionale quanto intima, privata», dicendosi «mortificata, umiliata». Ma trasformare una questione pubblica — chi dipinge il drappellone, chi comanda in banca — in una ferita personale è lo stesso movimento che porta a difendere il Monte con la devozione invece che con il diritto. Quando l’istituzione parla in prima persona, come una persona ferita, ha già lasciato il posto che dovrebbe occupare.
Il 20 agosto si va dal Ministro, insieme al presidente della Regione e alla presidente della Provincia. Ci si andrà, temo, con l’integrità, il marchio, i posti di lavoro: con il mantra. Sarebbe il caso di portare, stavolta, anche una richiesta precisa e controllabile: che quello strumento, il golden power, venga finalmente usato.





