
Palio, invasioni di pista: l’ordinanza esiste da anni, quello che manca è la decisione di applicarla
15 Settembre 2026
Una provincia che tiene sui numeri, ma con i nodi strategici ancora tutti da sciogliere
16 Settembre 2026Paura e fiducia: la guerra nel Golfo, l’allarme sull’intelligenza artificiale e le istituzioni svuotate
C’è una parola che in questi giorni migra da un continente all’altro e da un dossier all’altro come se fosse diventata la chiave di lettura del presente: esistenziale. La adoperano gli analisti dell’energia quando parlano di oleodotti colpiti, la ripetono i profeti e i critici dell’intelligenza artificiale, la si intravede in filigrana nelle cronache di guerra. È il segno di un tempo che ha eletto la paura a registro dominante, e che proprio per questo si trova costretto a rispondere alla domanda più antica della politica: di chi possiamo fidarci.
Si cominci dal Golfo. Il principe ereditario saudita visita l’Egitto mentre la guerra contro gli Houthi si intensifica, e la coalizione a guida saudita annuncia di aver intercettato un drone diretto verso La Mecca. In quella traiettoria interrotta c’è già tutto il senso della posta in gioco: non soltanto il petrolio e le rotte, ma il sacro trasformato in bersaglio, il luogo che dovrebbe stare al di fuori di ogni contesa ridotto a variabile militare. Il Cairo, dal canto suo, offre a Riad copertura politica: sostegno alla sicurezza saudita e alla libertà di navigazione, cioè alla difesa di quegli stretti e di quei corridoi marittimi da cui dipende il respiro dell’economia mondiale. Gli attacchi alle infrastrutture — gli oleodotti che qualcuno definisce ormai una minaccia capace di essere esistenziale — mostrano quanto sia sottile la membrana che separa la nostra normalità dal collasso: bastano poche condotte, pochi nodi, poche rotte, e il prezzo dell’energia diventa il meno grave dei problemi. Dietro questa contabilità strategica, però, resta il dato che tende sempre a scomparire: oltre centomila persone sfollate dal conflitto yemenita. La geopolitica ha questa capacità di far evaporare i corpi nella statistica, di trasformare la sofferenza in nota a piè di pagina di un ragionamento sui barili e sugli stretti.
La stessa parola — esistenziale — compie in questi giorni un salto sorprendente, dal deserto arabico alle valli della tecnologia californiana. Si racconta di un’America spaccata, tra Silicon Valley e Washington, proprio sui rischi dell’intelligenza artificiale. Il capo di OpenAI dichiara che il mondo ha ragione ad avere paura, ma che dovrebbe fidarsi delle aziende che quella tecnologia la costruiscono. È una formula che merita di essere sostata a lungo, perché racchiude il paradosso del nostro presente: chi fabbrica l’oggetto del timore chiede, con lo stesso gesto, di essere creduto. Abbiate paura, ma affidatevi a noi che di questa paura siamo la causa. C’è chi, come una parte della stampa spagnola, reagisce con salutare ironia domandandosi se si stia davvero per morire tutti o se non si tratti piuttosto di teatro, di una messa in scena dell’apocalisse che serve a chi la annuncia. La verità sta probabilmente nel mezzo, ed è più insidiosa: l’allarme catastrofico e la richiesta di fiducia illimitata non si contraddicono, cooperano. La paura amministrata diventa una tecnica di governo, un modo per pretendere deleghe che nessuna istituzione democratica concederebbe a mente fredda.
Perché è di questo che si tratta, in fondo: della fiducia e delle sedi in cui essa dovrebbe depositarsi. E qui gli altri fronti dell’attualità parlano la stessa lingua. La ricostruzione di come la Russia sia diventata uno “Stato dell’FSB” — un Paese, si dice, letteralmente consegnato all’apparato di sicurezza — è il ritratto di ciò che accade quando le istituzioni vengono svuotate dall’interno e sostituite dagli uomini della paura. Non un colpo di Stato clamoroso, ma una cessione silenziosa, una lenta occupazione degli organi vitali del corpo pubblico da parte di chi fa della minaccia il proprio mestiere. Sull’altra sponda dell’oceano, un presidente americano si scaglia contro i giudici della Corte Suprema che egli stesso ha nominato, lamentando che non sono le persone che aveva intervistato. È il rovescio speculare della stessa crisi: non l’apparato che cattura lo Stato, ma il potere personale che pretende fedeltà anche là dove la fedeltà sarebbe un tradimento. In entrambi i casi cede il principio che rende abitabile la vita in comune: l’idea che esistano istituzioni capaci di reggere il peso della fiducia, di custodirla al di là delle persone e delle contingenze.
In mezzo a questo paesaggio di allarmi e di catture, una voce dissonante e quasi tenera: il titolo che dice, semplicemente, non vogliamo abbandonarti. È l’appello di un giornale ai suoi lettori, ma vale come promemoria di un registro dimenticato. Contro l’economia della paura — che isola, che spinge a delegare, che chiede di credere a chi ci spaventa — resiste la grammatica minima del legame: non lasciarsi soli, tenersi. È forse l’unico antidoto reale, perché la paura prospera nella solitudine e si scioglie nella relazione.
Ciò che collega dunque questi frammenti tanto distanti — un drone sopra i luoghi santi, un oleodotto colpito, un profeta della tecnologia che chiede fiducia, uno Stato consegnato ai suoi servizi segreti, un presidente che rinnega i propri giudici — non è una teoria del complotto né una coincidenza. È il funzionamento di un’epoca che ha imparato a governare attraverso l’emergenza. La domanda vera, allora, non è se sia lecito avere paura: lo è, e spesso a ragione. È se esistano ancora istituzioni degne della nostra fiducia, capaci di trasformare il timore in decisione condivisa anziché in delega cieca. Finché continueremo a confondere chi alimenta la paura con chi dovrebbe proteggerci da essa, avremo scambiato la sicurezza per la sua contraffazione. E avremo dimenticato che la fiducia, in politica come nella vita, non si pretende: si merita, e si custodisce insieme.





