
Con lo 0,2 per cento alla conquista del mondo: le grandi “amicizie” del Monte
14 Settembre 2026
di pierluigi piccini
Questa mattina dovevo solo andare alla posta centrale. Un gesto minimo, di quelli che non si raccontano, la trama ordinaria di chi in una città ci vive e non la visita. Sono uscito con quell’intenzione sola, e con quella sarei voluto rientrare.
All’altezza del Morbidi, dove la strada si stringe tra due bar dirimpettai, mi sono imbattuto in una carovana. Non l’ho cercata: mi ha preso lei. Per la compattezza del gruppo, per quella pressione dei corpi che nella strettoia non lasciava varchi, e insieme per l’interesse che suscitavano le parole della guida — perché anche il residente, ammettiamolo, si lascia sedurre dal racconto della propria città detto da un altro. La seguivano a mani vuote, ciascuno con la sua piccola cuffia a bordare il capo, senza gesti, senza nulla tra le dita, docili a una sola frequenza radio. E così mi sono ritrovato trasportato fin quasi all’imbocco di via di Città. Volevo tagliare verso il rione dell’Aquila, tenermi nei miei percorsi. Ma il gruppo, e con esso la guida, ha piegato in via dei Pellegrini, e io lì per lì sono rimasto scoperto.
Fortuna volle che, mentre facevo questa riflessione, ne passasse un’altra, di carovana, che tirava dritto verso la Chigiana. L’ho preso, come si prende un mezzo di linea. In piazza Postierla, provvidenziale, me ne attendeva una terza, con destinazione il Duomo. E al Duomo, puntualmente, sono approdato.
Insomma: io alla posta ci dovevo arrivare, e alla posta sono arrivato. Ma per raggiungere piazza della Posta ho dovuto scegliere — finalmente un verbo mio — tutti i vicoli e i vicoletti secondari, quelli che nessuna guida nomina, quelli dove non passa carovana. La città vera, quella che serve a viverci, sopravvive ormai negli interstizi. E il cittadino, per una raccomandata, finisce col fare il giro turistico della propria città. Che poi, a pensarci, non è il peggiore dei modi per riscoprirla. E lamentarsene sarebbe ingeneroso: questo turismo di passaggio, che attraversa Siena in fila indiana e riparte senza posarsi, resta pur sempre il principale che oggi la città riesca a chiamare a sé. Ci si lascia portare, allora, e semmai si spera che un giorno qualcuno di loro, sceso dalla carovana, scelga anche lui i vicoli.





