
Parte seconda. Dalla linea alla spirale: il tempo della maturazione e l’uomo come essere che scarta
4 Ottobre 2026A volte si tocca il punto fermo e impensabile
A volte si tocca il punto fermo e impensabile
dove nulla da nulla è più diviso,
né morte da vita
né innocenza da colpa,
e dove anche il dolore è gioia piena.
Sono cose, queste, che si dicono per noi soltanto.
Altri ne riderebbero.
Ma dire si devono. Le annoto
per te che le sai bene e per testimonianza dell’amore eterno.
Mario Luzi
Il buio in cui vivo quello che sento, e il film di Amelio che ci è entrato
di Pierluigi Piccini
Gianni Amelio torna al cinema con «Nessun dolore», presentato fuori concorso a Venezia e ora in sala. Trent’anni dopo «Lamerica» riprende il tema dell’esodo con una storia che non è ancora accaduta ma potrebbe accadere: quella di un libraio romano, Alessandro Borghi, che finisce per aprire la propria casa a chi dorme sotto i ponti, accanto a Valeria Golino e Valerio Mastandrea. Quello che segue non è una recensione.
Devo ammettere una cosa che chi mi conosce, credo, non sospetta: vivo al buio. So che detta così sembra una metafora, e di solito diffido delle metafore, perché tendono a rendere più bello quello che descrivono e io ho l’impressione che questa renda più bello qualcosa che non lo è del tutto. Però non ho trovato un modo migliore di dirlo. Le storie, le persone, certe parole mi entrano dentro senza incontrare resistenza, come se non avessi la pelle, e io le lascio entrare a una sola condizione, che nessuno mi veda mentre succede. Per anni mi sono chiesto se fosse una virtù, un difetto di carattere o semplice timidezza, e ogni tanto la risposta mi sembrava lusinghiera e ogni tanto no, il che probabilmente vuol dire che non era la domanda giusta. La cosa che ho capito, alla fine, è più semplice: quando un’emozione esce allo scoperto diventa indifesa. Basta uno sguardo, una domanda fatta con le migliori intenzioni, e resta lì, esposta, senza niente intorno. Così la tengo al buio, a cena con gli amici, nei rapporti, nel lavoro. Al cinema la metafora smette per un paio d’ore di essere tale, il buio della sala coincide con il mio e per una volta non devo fare nessuno sforzo.
Sono andato a vedere «Nessun dolore» senza aspettarmi molto, e mi accorgo scrivendolo che è il modo in cui vado a vedere quasi tutto, forse per non rimanere deluso. Davide, il personaggio di Borghi, vende libri usati in un chiosco e ha un corpo che gli sfugge, sussulti, un singhiozzo che torna e che lui non riesce a controllare. La prima cosa che ho pensato guardandolo, e la ricordo bene perché mi è sembrata subito un po’ troppo comoda, è che fossimo l’uno il contrario dell’altro: lui non riesce a trattenere niente, io trattengo tutto. Era il genere di idea che piace a chi scrive, perché si chiude bene e fa una bella frase. Il film però è andato avanti e l’idea ha smesso di reggere. Davide ci mette un tempo infinito ad aprirsi. Quando la vita gli bussa alla porta non apre, rimanda, si difende, e per buona parte della storia tiene per sé quello che prova, esattamente come faccio io. Poi cede, e quando cede non lo fa a metà: tutto quello che aveva custodito diventa racconto, smette di essere un segreto e diventa il modo stesso in cui vive. Mi sono riconosciuto in questo più che in qualsiasi altra cosa del film, e sarebbe disonesto non notare che sto facendo la stessa cosa adesso.
A un certo punto Valeria Golino si alza in un’aula magna e recita una poesia. In sala non sapevo di chi fosse, e la prima cosa che ho fatto il giorno dopo è stata chiederlo: è di Mario Luzi, e parla di un punto fermo e impensabile dove il dolore diventa gioia piena. La cosa mi ha fatto sorridere, perché sono uno che si è formato sui testi e che davanti a una citazione sente di solito il bisogno di sapere da dove viene prima ancora di ascoltarla, come se l’autore fosse un lasciapassare. Quella sera no. Ho trattenuto il respiro e i versi mi sono arrivati addosso senza che potessi capirli, e credo sinceramente che sia stato meglio così.
Poco dopo c’è la scena in cui la Golino e Borghi parlano mentre si sente Ornella Vanoni cantare «Bello amore», ed è lì che ho ceduto. Uscendo mi sono chiesto perché proprio quella scena, che è la più semplice del film, quasi niente, due persone che si capiscono senza spiegarsi. La risposta più onesta che ho trovato è che dipende dalla voce. La Vanoni non c’è più, e ascoltarla adesso non è come ascoltarla un anno fa: in quella voce ci sono tutti gli anni, le cose finite e quelle che restano, e un modo di cantare l’amore che appartiene a chi ne ha conosciuto anche il prezzo. Ho sentito salire qualcosa e l’ho lasciato fare, sapendo che intorno era buio.
Quando si sono riaccese le luci ho aspettato qualche secondo prima di alzarmi, il tempo di rimettere tutto a posto. Fuori la sera era uguale a quella di due ore prima, e andando verso la macchina ho pensato che nessuno, guardandomi, avrebbe potuto immaginare niente. È un pensiero che faccio spesso e che non ho mai deciso se mi consoli o mi rattristi; dipende dai giorni. Per qualche ora ho portato in giro il film senza dirne una parola, come faccio con tutto, e poi, come Davide, ho sentito che quello che avevo tenuto al buio chiedeva di diventare racconto. Mentre lo scrivevo mi sono domandato se non fosse troppo personale, se valesse la pena pubblicarlo, e ho capito che la domanda era la stessa che Davide si fa per tutto il film prima di aprire la porta. Il buio mi serve a lasciar entrare il mondo senza che faccia troppo male, e a custodirlo abbastanza a lungo perché un giorno possa uscire senza restare indifeso. Qualche volta il mondo entra lo stesso e fa male, come quella sera, e devo dire che non mi dispiace.





