
Nina Simone – Here Comes the Sun
4 Ottobre 2026
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4 Ottobre 2026Parte seconda. Dalla linea alla spirale: il tempo della maturazione e l’uomo come essere che scarta
di Pierluigi Piccini
Il cerchio, prima di essere una figura dell’economia, è una figura del tempo. Il pensiero antico concepiva il tempo come ritorno: le stagioni, gli astri, le generazioni, tutto ciò che nasce e perisce per rinascere. La modernità ha spezzato quel cerchio e lo ha steso in una linea. Il tempo è diventato progresso, cammino verso un fine, attesa di un compimento sempre spostato in avanti: l’eredità secolarizzata di una promessa di salvezza alla fine della storia, trasformata in promessa di crescita alla fine di ogni ciclo produttivo. L’economia lineare è la traduzione materiale di questo tempo. Le cose escono dalla terra, attraversano il consumo e finiscono fuori, in un altrove da cui non tornano. Il rifiuto è il punto in cui la linea si interrompe, il luogo dove il tempo delle cose finisce.
Per questo l’economia circolare non è una correzione tecnica ma una revisione del nostro rapporto con il tempo. E bisogna evitare l’errore simmetrico a quello moderno, la nostalgia del cerchio antico. Nel mondo materiale il ritorno dell’identico non esiste: ogni trasformazione consuma energia, ogni passaggio ne degrada una parte, nessun ciclo si richiude esattamente sul punto da cui era partito. Una circolarità che pretendesse di chiudersi perfettamente sarebbe una menzogna fisica prima che filosofica. La figura giusta non è né la linea né il cerchio, ma la spirale: un movimento che torna, ma sempre un po’ più in là, e che ha bisogno di un flusso esterno che lo alimenti. Non è un caso che il calore della terra, che sale dal profondo e si rinnova su tempi per noi continui, sia il tipo di energia che rende pensabile una spirale anziché l’apertura di una nuova linea di consumo.
La spirale ha un nome più antico e più umano: maturazione. Maturare non significa tornare al punto di partenza né allontanarsene per sempre, ma diventare ciò che si era già in germe, compiere una possibilità presente fin dall’inizio che solo il tempo poteva far emergere. Il frutto non è altro rispetto al fiore, eppure è ciò che il fiore non era ancora. Applicato alla materia, questo pensiero cambia lo statuto dello scarto. Il residuo non è ciò che resta quando una cosa è finita, ma una cosa che non ha ancora compiuto tutte le sue possibilità. Porta in sé un passato, la funzione che svolgeva, e insieme un futuro che quel passato anticipava senza saperlo. Le molecole con cui il riccio difendeva il seme sono la memoria di ciò che faceva e già l’annuncio di ciò che potrebbe fare. Lo scarto è un futuro passato: un possibile inscritto in ciò che è stato, in attesa di essere riconosciuto. Ed è anche, a ben vedere, un dono che eccede: ciò che la realtà ci dà supera sempre ciò che il nostro progetto ne aveva preso, e lo scarto è precisamente quell’eccedenza.
Ma perché l’uomo è l’unica specie che produce rifiuti? Nessun altro vivente lascia dietro di sé qualcosa che non rientri in un ciclo. L’animale prende dall’ambiente ciò che gli serve e restituisce ciò che non gli serve in una forma che altri viventi riconoscono. La ragione non è soltanto tecnica: sta nel modo in cui l’uomo abita il mondo. L’animale è incastonato nel suo ambiente, l’istinto gli dice che cosa conta, e quella selezione non lascia residui perché coincide con la vita stessa. L’uomo nasce senza questo incastro. È un vivente incompiuto, che deve scegliere ciò che la natura non ha scelto per lui. Tra l’impulso e l’atto si apre in lui una distanza, uno spazio vuoto in cui abita la libertà. La lingua italiana conserva in una sola parola i due sensi di questa condizione: scarto è ciò che si getta, ma è anche la deviazione, il salto, la differenza. L’uomo è scarto nel secondo senso, e per questo produce scarti nel primo.
Scegliere, infatti, significa scartare. Il giocatore che tiene una carta ne getta un’altra, e l’esistenza procede allo stesso modo: ogni strada percorsa ne lascia altre non percorse, ogni possibilità realizzata ne esclude altre. La vita umana produce residui non solo materiali ma esistenziali: progetti abbandonati, vocazioni tradite, le persone che avremmo potuto essere. Non si vive senza scartare, perché non si possono vivere tutte le possibilità insieme. Il problema dello scarto non sarà dunque mai risolto del tutto, perché coincide con la nostra condizione. Ma il modo in cui trattiamo i nostri avanzi materiali è lo specchio del modo in cui trattiamo le possibilità che abbiamo lasciato cadere.
L’antropologia offre qui un indizio decisivo. Quando gli archeologi cercano il punto in cui comincia l’umano, uno dei segni più certi è la sepoltura. Il cadavere è, in termini puramente naturali, lo scarto per eccellenza, ciò che resta quando la vita se n’è andata. L’umanità nasce rifiutandosi di trattarlo come tale: deponendo, custodendo, onorando ciò che la natura considera soltanto materia da restituire. La tomba è la prima forma di economia circolare dello spirito, il luogo in cui ciò che è finito non viene gettato ma conservato in attesa. In molte tradizioni la sepoltura è pensata come una semina.
Ciò che è stato colpito e sepolto può rialzarsi. Questa sequenza, che la tradizione religiosa ha consegnato a un evento unico, attraversa in realtà l’intera esistenza e si ripete molte volte nell’arco di una vita, talvolta nel giro di un giorno. Ogni volta che una parte di noi viene ferita e messa da parte, si apre lo stesso movimento: la caduta, il tempo oscuro in cui ciò che è stato scartato riposa sotto terra, poi, se qualcosa lo richiama, il risollevarsi. In una cultura dell’Estremo Oriente si riparano le ceramiche rotte saldando i frammenti con l’oro: la frattura non viene nascosta ma esaltata, e l’oggetto riparato vale più di quello intatto. È l’immagine più esatta di ciò che l’uomo può fare con i propri scarti, non cancellarli ma farne il luogo della propria verità.
Bibliografia
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Karl Löwith, Significato e fine della storia, Il Saggiatore, Milano.
Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Borla, Roma.
Wilhelm Dilthey, Critica della ragione storica, Einaudi, Torino.
Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova.
Martin Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano.
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Jean-Luc Marion, Dato che. Saggio per una fenomenologia della donazione, SEI, Torino.
Nicholas Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, Bollati Boringhieri, Torino.
Arnold Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano.
Helmuth Plessner, I gradi dell’organico e l’uomo, Bollati Boringhieri, Torino.
Robert Pogue Harrison, Il dominio dei morti, Fazi, Roma.
Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale, Bollati Boringhieri, Torino.





