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23 Ottobre 2026Commissioni d’inchiesta e processi: quando il confine si fa sottile. I precedenti nella storia della Repubblica
Una camera penale toscana ha criticato di recente, e con forza, il modo di lavorare di una commissione parlamentare d’inchiesta. Secondo gli avvocati, nomi e ipotesi di colpa sono finiti sulla stampa prima che le persone coinvolte fossero ascoltate. La questione non è nuova. Il rapporto tra commissioni, giustizia e informazione ha già conosciuto momenti di tensione, e ricordarli aiuta a capire.
Le commissioni d’inchiesta sono previste dall’articolo 82 della Costituzione. Hanno gli stessi poteri e gli stessi limiti dei magistrati: possono acquisire documenti, ascoltare testimoni, disporre perizie. Restano però organi politici, con un compito diverso da quello di un tribunale. Non devono stabilire chi ha commesso un reato, ma aiutare il Parlamento e i cittadini a capire una vicenda di interesse pubblico.
Il caso più noto è la commissione Anselmi sulla loggia P2, che concluse che la loggia aveva finalità eversive. Anni dopo i giudici di Roma assolsero Gelli e gli altri imputati dall’accusa di cospirazione politica. Le due conclusioni convivono, perché la commissione descriveva un sistema di potere e il tribunale valutava singoli reati. Lo stesso vale per la commissione Fioroni sul caso Moro, al lavoro tra il 2014 e il 2017. Ha messo in dubbio alcuni punti delle sentenze, ma senza indicare nuovi colpevoli.
Altre esperienze hanno toccato più da vicino il tema del metodo. La commissione su Ilaria Alpi, presieduta da Carlo Taormina, fu criticata anche per la forte esposizione mediatica del presidente durante i lavori. Nella commissione Telekom Serbia un testimone, Igor Marini, fece in audizione i nomi di esponenti di primo piano del centrosinistra come presunti destinatari di tangenti. Le sue parole ebbero enorme risonanza. La commissione ritenne poi di non poterne trarre elementi per l’inchiesta e rimise la questione alla procura di Torino. Marini fu condannato in primo grado per calunnia. Nella commissione Mitrokhin un consulente, Mario Scaramella, fu arrestato e indagato per calunnia in una vicenda legata a quell’incarico. In questi casi la credibilità dell’istituzione ha risentito di dichiarazioni diffuse prima di essere verificate.
Dai precedenti emerge una distinzione utile. Quando una commissione ricostruisce una vicenda sul piano storico e politico, svolge pienamente la sua funzione, anche se arriva a conclusioni diverse da quelle dei giudici. Le difficoltà tendono a nascere quando dichiarazioni su singole persone arrivano all’opinione pubblica prima di essere verificate e prima che gli interessati possano dire la loro.
Le commissioni d’inchiesta restano uno strumento prezioso. Hanno spesso fatto luce dove i processi non erano arrivati e hanno restituito al Paese pagine importanti della sua storia. Proprio per questo vale la pena custodirne la credibilità. L’esperienza suggerisce una strada semplice: lavorare sugli atti, ascoltare tutte le parti, affidare le valutazioni alla relazione conclusiva. Così il lavoro parlamentare e quello della giustizia possono procedere ciascuno nel proprio campo, e l’opinione pubblica può giudicare con maggiore serenità.





