
Mps, piccoli azionisti e istituzioni: prima della fine di novembre serve un accordo scritto, non altre dichiarazioni
1 Novembre 2026Il disagio del Paese ha trovato voce nei ragazzi in piazza, ma la politica non riesce a rappresentarlo
Pierluigi Piccini
In Italia c’è una domanda a cui la politica non risponde. Molti si chiedono se potranno restare nella città dove studiano o nel paese dove sono nati. Si chiedono se potranno vivere senza pagare affitti troppo alti, senza dover andare dal medico privato, senza fare un lavoro che non c’entra niente con quello che hanno studiato. Sono soprattutto i giovani a chiederlo. Ma la domanda riguarda tutti, perché da qui dipende il futuro del paese.
Il governo non ascolta. L’opposizione su molte cose la pensa in modo diverso ed è più vicina a questi problemi, per esempio sulla sanità pubblica e sui salari. Però è divisa e finora non ha saputo proporre un’alternativa in cui la gente creda. Un governo guida davvero un paese solo se le persone sentono che le sue scelte sono anche le loro. Se questo non succede più, può vincere le elezioni, ma comanda senza convincere. Cambiare governo non basta: si è rotto il legame tra i partiti e la gente. Molti di quelli che non votano più lo dicono proprio così: hanno lasciato i partiti e non ne hanno trovati altri. E quando la politica lascia un vuoto, qualcun altro lo riempie. Chi promette soluzioni facili. La rabbia che non porta a niente. Oppure la rassegnazione di chi se ne va.
A Siena si vede bene. Per tanti anni la città si è retta sulla banca, la fondazione, l’università, le contrade e i partiti, tutti legati tra loro. Quel sistema aveva già dentro i motivi per cui è finito. Quando è crollato, non è nato niente al suo posto. Venerdì scorso, la mattina, centinaia di ragazzi, con docenti e ricercatori, hanno sfilato per il centro contro le armi e il carovita. Il pomeriggio, in Arcivescovado, il cardinale e il rettore parlavano di pace. Stesso tema, due posti diversi. Nessuno, in Comune, ha pensato di mettere insieme le due cose. È mancata la politica, che serve proprio a questo: unire chi vive i problemi e chi li studia, e poi decidere.
Quella piazza non parlava solo per sé. Sulle armi non tutti la pensano allo stesso modo. Ma il costo della vita e la fatica di pagare la casa, trovare lavoro e curarsi riguardano tantissime persone. Le famiglie che non arrivano a fine mese. I lavoratori che non sanno che futuro avranno i figli. Gli anziani che rinunciano alle visite. I giovani che dopo la laurea partono. Quasi tutti affrontano queste difficoltà da soli, in silenzio. I ragazzi le hanno portate in piazza. Sono ancora una minoranza, ma rappresentano gli interessi di tutti. Il problema non è quello che chiedono. Il problema è che nessuno sa trasformarlo in politica. E a Siena si conosce bene il trucco: fingere di ascoltare, chiamare qualche portavoce, aprire discussioni senza date né impegni, dare qualcosa perché non cambi niente.
Chi vuole rappresentare queste persone non può farlo con un annuncio. Deve stare tra la gente prima che nei palazzi. Deve esserci anche quando la piazza è vuota. E va giudicato da quello che riesce a ottenere. Il primo passo tocca al Comune: contare gli edifici pubblici vuoti e trasformarne una parte in case per studenti, insieme alla Regione e agli altri enti. Non serve aspettare Roma o Bruxelles.
Siamo solo all’inizio e niente è sicuro. Una domanda è venuta fuori. Il resto è tutto da costruire. Ci vogliono tempo, pazienza e la voglia di stare dentro questi problemi, senza pretendere di guidarli dall’alto. Intanto la politica continua a giocare la sua partita e non si accorge che il pubblico se n’è già andato.





