
Il Palio come pensiero della sconfitta. Un dialogo a distanza con Alessandro Barbero
17 Agosto 2026di Pierluigi Piccini
L’arte ha vinto ancora una volta; il resto è gestione. Nel Cortile del Podestà si è rivelata un’opera e la città si è fermata a guardarla: applausi, irritazioni, discussioni, ma tutti hanno guardato. Questo è il compito di un’immagine, e Axente lo ha assolto. La sindaca amareggiata e il cardinale che offre «un occhio al bozzetto» sono la coda amministrativa di un fatto già compiuto.
Il filtro preventivo che il cardinale propone come rimedio esiste già: la sindaca stessa ammette di aver visto i bozzetti, di essere intervenuta a correggere, di aver invitato la Curia al tavolo. L’occhio c’era, ha guardato, ha detto sì. La novità non è che sia mancato il controllo, è che il controllo ha approvato e la città non lo ha accettato lo stesso. E che il criterio invocato non esista lo confessa la stessa sindaca ricordando le Madonne ben più radicali passate negli anni senza un mormorio: non è la trasgressione a scandalizzare, è cambiato il megafono, non il volto. Il fastidio è venuto prima, la regola dopo, per legittimarlo. Del resto il canone non precede mai le opere che ammiriamo: è il nome che diamo, a posteriori, alla novità che ha vinto.
Ognuno, in questa vicenda, ha usato l’artista per parlare di sé: la sindaca la difende dicendo che le piace, e la riduce al proprio gusto; il cardinale la corregge dicendo che si poteva vigilare, e la tratta come un incidente. L’unica ad aver detto qualcosa che non parlava di sé è lei: ha interpretato la Madonna. È la differenza tra creare e gestire. Vale la pena notarlo: la sindaca si dice «messa alla gogna», ma alla gogna è stata esposta l’artista, non chi l’ha scelta. Chi ha la committenza ha il potere, non è la parte lesa — e sentirlo descriversi come vittima dice tutto sul modo senese di esercitare l’autorità, sempre in forma di sofferenza, mai di decisione assunta fino in fondo. È la concordia che teme il dissenso; l’arte vera, che non concilia ma decide, quel dissenso lo produce per natura.
Ma il punto che nessuno ha toccato è chi guarda. A Siena il verdetto ultimo non lo dà il sindaco né il cardinale né una commissione, lo danno i molti — non come somma di preferenze, ma perché il loro giudizio, quando vale, è un giudizio educato. Quella capacità oggi si è soggettivizzata, ridotta al «mi piace, non mi piace»: chi guarda non ha smesso di poter giudicare, ha smesso di essere educato a vedere, e senza educazione il giudizio collassa nella preferenza privata.
Lo dice l’esempio scolpito nella memoria di questa città. Il 9 giugno 1311 la Maestà di Duccio attraversò Siena in processione, tra ceri e campane, portata da tutta la città. Eppure era, per il suo tempo, un’opera nuova, che scioglieva la maniera bizantina in qualcosa di più umano e gotico. I senesi non si spaventarono della novità: la riconobbero. Perché avevano l’occhio all’altezza dell’opera. Sette secoli dopo la lezione è impietosa: non è cambiata l’arte, è calato l’occhio. E qui bisogna intendersi — nel 1311 c’era anche una religiosità diffusa che oggi non esiste più, ma non fu la fede a rendere possibile il trionfo, fu lo sguardo educato. La devozione non basta a riconoscere un’innovazione, anzi tende a volere l’immagine di sempre. Ciò che può tornare non è la religiosità, che appartiene a un cielo perduto, ma l’educazione dell’occhio, che è un compito.
È qui che la richiesta del cardinale rivela la sua natura. Prima ancora di chiedersi chi debba vigilare, bisogna dire che «controllo preventivo su un’opera d’arte» è un ossimoro: se l’immagine deve passare un vaglio dottrinale prima di esistere, non è più un’immagine, è un’illustrazione — la traduzione visiva di un contenuto deciso altrove. L’arte comincia dove il controllo finisce; chiedere il filtro non è chiedere una cautela in più, è chiedere che l’opera non sia opera, che l’artista esegua invece di interpretare. E il rovescio storico è impietoso: il controllo preventivo ha sempre prodotto l’immagine di sempre, mai il capolavoro. La Maestà che questa città portò in trionfo nacque perché Duccio ebbe licenza di sciogliere il canone bizantino, non perché qualcuno vigilò che non lo violasse. Non si può avere insieme il trionfo di Duccio e il filtro che l’avrebbe impedito.
C’è poi la questione, distinta, di chi quel filtro pretende di applicarlo. Il canone come norma nasce quando la condivisione si rompe: quando la fede non è più diffusa, si prescrive dall’alto ciò che prima veniva da sé. Il canone è la protesi di una religiosità che non c’è più. E invocarlo a carico del Comune, istituzione laica, è un anacronismo al quadrato: il drappellone è votivo nella dedica ma comunale nell’istituzione, e chiedere a un ente laico di misurare l’immagine su un metro dottrinale significa chiedergli di inginocchiarsi a un altare che non è il suo. Il cardinale è nel suo diritto quando parla di devozione; ne esce quando pretende di dettare i confini dell’immagine.
Lo scarto attraversa tutta la storia dell’arte, e il caso più limpido è la musica: la prima della Sagra della primavera, nel 1913, finì tra fischi e tafferugli, e oggi quella partitura è repertorio amato. Non è cambiata la musica, è cambiato l’orecchio, che si è educato fino a raggiungere ciò che prima lo respingeva. È la legge di ogni arte vera: gusto e opera nuova all’apparire dissentono, poi nel tempo si ricongiungono, perché è l’opera a spostare il gusto e non il gusto ad autorizzare l’opera.
Per questo il sindaco e il cardinale farebbero bene a mettersi in pace: il verdetto non spetta a loro, e non sono neppure critici d’arte. Ma è proprio questo il privilegio raro di Siena: non è una galleria, non ha bisogno di profeti patentati, di mediatori che dicano alla gente cosa pensare davanti a un quadro. Altrove, tra l’opera e il tempo, si sono interposti i pochi, che pretendono di anticipare il verdetto e così lo falsificano. Siena no: tra l’opera e il giudizio c’è solo lo sguardo di tutti, che è il nome che il tempo prende quando gli si lascia fare il suo lavoro. Aggiungere un filtro dall’alto significa dire alla città che non sa più guardare da sé; formarne lo sguardo significa dirle il contrario, che quella capacità è sua ed è la cosa più preziosa che possieda.
Il tempo rimetterà ogni cosa al suo posto, e l’agosto del 2026 troverà la giusta collocazione: non quella che le polemiche vorrebbero imporgli, ma quella che l’opera si sarà guadagnata. Tra dieci anni nessuno ricorderà l’amarezza di una conferenza stampa; resterà il drappellone, quello dell’anno in cui la città si scandalizzò, e lo scandalo si vedrà per ciò che era: il segno di uno sguardo che aveva disimparato a guardare. Passano i rappresentanti, restano le opere — se c’è ancora chi le sa guardare. La posta non è chi sceglie il drappellone: è se Siena vuole tornare a essere la città che portò in trionfo Duccio, non perché tornerà a credere come allora, ma perché può tornare a vedere.





