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31 Luglio 2026Le nuove regole del potere (e le antichissime)
Un numero di Foreign Affairs ci consegna una diagnosi convergente: il mondo non è più governato da chi domina, ma da chi può interrompere. Dallo Stretto di Hormuz a Taiwan, dalla fine del libero scambio alla reindustrializzazione americana, cambiano le tecniche del potere ma non la vecchia grammatica dei rancori. Restano le nuove regole della forza, e le antichissime.
Il 17 gennaio 1991 il mondo guardò per la prima volta una guerra in diretta: il cielo di Baghdad squarciato dalla contraerea, le bombe intelligenti che entravano nelle finestre, la CNN che trasmetteva la precisione come spettacolo. Fu, allora, l’annuncio di un’epoca. La potenza americana si presentava come capacità di colpire ovunque, chirurgicamente, dall’alto: dominare significava vedere e distruggere il bersaglio prima ancora che l’avversario capisse di essere osservato. Da quel cielo notturno nacquero le assunzioni strategiche di trent’anni: chi possiede la tecnologia possiede il campo.
Robert Pape, nel saggio che dà il titolo all’intera rassegna di Foreign Affairs, prende quell’immagine fondativa e la rovescia. La guerra contro l’Iran, sostiene, potrebbe segnare un passaggio d’epoca paragonabile a Desert Storm — ma in senso opposto. Non perché la potenza americana sia svanita, bensì perché sono cambiate le regole con cui la potenza funziona. La globalizzazione, diffondendo la guerra di precisione ben oltre le grandi potenze, ha consegnato a chiunque — a uno Stato medio, a una milizia, a un attore non statale con qualche drone — la capacità non di dominare ma di interrompere. Nello Stretto di Hormuz non serve affondare una flotta: bastano pochi attacchi riusciti, o anche solo la loro probabilità, perché i premi assicurativi schizzino, i vettori commerciali rivedano il rischio, il traffico si diradi. Il danno fisico può restare minimo mentre il danno economico si propaga a cascata nel giro di mesi. È qui la mutazione: nel vecchio mondo contava dominare, nel nuovo conta poter disturbare. E disturbare è infinitamente più economico che comandare.
Da questa asimmetria Pape ricava la sua tesi più inquietante e insieme più consolante. Le difficoltà americane in Iran potrebbero insegnare a Pechino la follia di colpire Taiwan: l’isola potrebbe fare alla Cina ciò che l’Iran ha fatto nel Golfo. Un’economia iper-dipendente dal commercio come quella cinese subirebbe lo shock esterno più duro dai tempi delle riforme degli anni Ottanta — non per le bombe, ma per il collasso di quella fiducia su cui il commercio moderno interamente riposa. La deterrenza, nell’età della disruption, non è più la promessa di distruggere: è la promessa di rendere ingovernabile un flusso.
Ma proprio quando tutto sembra nuovo, arriva Gregory Gause a ricordarci quanto sia vecchio. Il suo “New Old Middle East” è il controcanto necessario. Sulla superficie, la trasformazione è reale: Iran e Israele si sono colpiti per la prima volta in casa, direttamente; Washington e Gerusalemme hanno combattuto insieme in un modo genuinamente inedito; la Repubblica islamica ha perso la sua guida di trentasei anni e buona parte dell’apparato difensivo; gli Stati del Golfo, un tempo capaci di restarne fuori, sono stati risucchiati dentro. Eppure gli attori profondi non sono cambiati: un Iran ferito e pieno di conti da regolare, proxy abbattuti ma non morti, un Israele che invece di cercare il compromesso ha finito per accettare uno stato di guerra quasi permanente. E la variabile decisiva resta la stessa da decenni — nessun governo americano è mai stato disposto a usare su Israele la leva che renderebbe possibile una soluzione politica alla questione palestinese. Senza quella disponibilità, ogni stabilità di lungo periodo è una fantasia. Il palcoscenico cambia; la tragedia si ripete. Il teatro è nuovo, il copione è antichissimo.
Le due letture non si escludono: si incastrano. Cambiano le tecniche del potere (Pape), non cambia la grammatica dei rancori e delle egemonie mancate (Gause). Ed è esattamente questa doppiezza — regole nuove sopra strutture vecchie — che ritorna nella faccia economica della rassegna. Lighthizer e Sullivan vengono da campi opposti e convergono sulla stessa diagnosi: l’ordine del libero scambio è finito, lo Stato ritorna come stratega. Lighthizer, con la brutalità del negoziatore, dichiara che il sistema va buttato e rifatto su basi bilanciate e reciproche, perché — è la sua frase-manifesto — nessun Paese al mondo ha mai finanziato l’ascesa dei propri rivali come ha fatto l’America. Sullivan, dall’altra sponda, non parla di dazi ma di un fondo pubblico d’investimento strategico: perché i crediti d’imposta abbassano i costi ma non convincono nessuno ad assumersi il rischio di una tecnologia inedita, e i dazi comprano tempo ma non generano scala né vantaggio tecnologico. Il vero pericolo, avverte citando gli economisti, non è più il “China shock” delle merci a basso prezzo ma un secondo shock, quello del primato tecnologico. E l’innovazione, insegna la lezione manifatturiera, muore quando il disegno si separa dalla produzione: chi non fabbrica più, alla lunga non inventa più.
Ecco allora il filo che tiene insieme Hormuz, Taiwan, il Mar Cinese Meridionale delle manovre incrementali di Pechino descritte da Kuok, l’isola sempre più sola di cui scrive Bonny Lin, e il capannone che si vorrebbe riaprire nel Midwest. È la fine di una promessa: quella di un mondo in cui i flussi — merci, navi, dati, capitali — scorrevano garantiti da una potenza egemone e da un patto condiviso. Quel patto si è dissolto. Al suo posto resta la leva: la capacità di interrompere, di trattenere, di rendere costoso all’altro ciò che dava per scontato.
E qui la faccenda tocca qualcosa che va molto oltre le cancellerie. Perché la stessa logica che rende un Iran capace di paralizzare uno stretto rende, in scala minore, ogni periferia titolare di un potere che credeva di aver perduto: il potere di sottrarsi, di non concedere, di trattenere una risorsa. Chi controlla un vapore geotermico, un’acqua, un passaggio, una filiera, scopre di avere una forza di interdizione che il forte non può neutralizzare del tutto. È la buona notizia dell’età della disruption. La cattiva è che un mondo dove tutto è leva e niente è patto è un mondo senza garanzie: non più contratti, solo rapporti di forza rinegoziati ogni mattina. Un territorio può imparare a interrompere; molto più difficile è tornare a promettere qualcosa e vederselo mantenere.
La domanda vera, allora, non è chi domina — Pape ci dice che nessuno domina più davvero. È se sia ancora pensabile un ordine fondato su un patto e non solo sul ricatto reciproco della disruption. Gause, dal fondo del suo Medio Oriente eternamente ritornante, sembra rispondere di no: cambiano le armi, non cambia la disponibilità a chiudere i conti. Ma è una risposta che vale la pena non accettare. Perché la differenza tra un patto e un contratto — l’ho scritta altrove a proposito del turismo e dell’energia — è la stessa che passa tra abitare un luogo e sfruttarlo. E un ordine mondiale che sa solo interrompersi è un ordine che ha smesso di abitare la terra su cui poggia.





