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C’è una contabilità che si aggiorna al ritmo del mare. Ottantaquattro corpi restituiti in poche ore dai sub e dalla guardia costiera, più di cento in sette mesi: cifre che entrano nei dispacci come si aggiornano i listini, senza volto e senza nome. Gli annegati di Ceuta sono l’unico dato certo di questa estate, e insieme il più invisibile. Riempiono un obitorio, non un discorso. Mentre la ragione politica europea disegna la sua geografia, loro restano fuori da ogni mappa: non sono cittadini di alcuno Stato terzo con cui trattare, non sono manodopera da riammettere, non sono nemmeno più il problema. Sono il residuo.
Attorno a quei corpi, nelle stesse ore, si costruisce tutt’altra cartografia. Dopo l’urto delle decine di migliaia arrivate a nuoto dal Marocco nell’enclave spagnola, la linea di Palazzo Chigi si è fatta esplicita: accelerare sui centri di rimpatrio nei Paesi terzi, chiudere gli accordi entro dicembre per aprire i primi hub nel 2027 — che in Italia, non è un dettaglio, è anno elettorale. È il “modello Albania” reso finalmente sostenibile perché pagato da Bruxelles, con l’asse Roma-Copenaghen a fare da motore e una lettera di ventidue governi indirizzata ai vertici della Commissione e del Consiglio. Si citano, come possibili sedi, Ruanda e Ghana, Senegal e Tunisia, Libia e Mauritania, Egitto, Uganda, Etiopia, e poi Uzbekistan, Armenia, Montenegro. La Francia, per ora, si tiene fuori dall’inquadratura.
Il salto vero, però, non è logistico. È di grammatica. Accanto agli hub si chiede l’applicazione rigida di un meccanismo commerciale che dal primo gennaio 2027 lega i vantaggi doganali concessi ai Paesi in via di sviluppo alla loro disponibilità a riprendersi i propri cittadini. Detto senza perifrasi: si azzerano dazi in cambio di deportazioni accettate. La cooperazione allo sviluppo diventa la leva, e l’essere umano irregolare la posta. Chi torna vale uno sconto tariffario; chi ospita un centro vale un capitolo di bilancio. La retorica lo nobilita chiamandolo “Piano Mattei europeo”, ma il congegno è più antico e più freddo: trasformare la persona in una voce di un registro bilaterale, dove il diritto d’asilo scivola dalla pagina dei diritti a quella degli scambi.
Ed è qui che il lessico fa il lavoro sporco. “Hub”, “riammissione”, “attrattività”: parole gestionali che sciolgono il peso morale nel gergo della logistica. Sono termini pensati per non far vedere ciò che nominano, esattamente come l’obitorio non entra nei comunicati. Una lingua che amministra l’invisibilità è già una decisione politica: stabilisce chi può essere raccontato e chi soltanto conteggiato. La sovranità di cui si discute in questi vertici non è più soltanto il potere di tracciare un confine, ma quello di scegliere chi resta esposto al mare — e di appaltare altrove la responsabilità di quell’esposizione. Il confine, spinto sempre più lontano dalle proprie coste, non scompare: si sdoppia, produce il suo fuori, e affida ad altri il compito di sorvegliarlo.
In mezzo a questa manovra corale c’è la solitudine di un uomo. Il premier spagnolo è stato, tra i leader europei, l’ultimo a resistere allo slittamento a destra sulla migrazione, e proprio per questo si trova oggi il più esposto. Gli si rimprovera l'”attrattività” delle sue leggi, come se accogliere fosse una colpa e la capacità di un Paese di attrarre un vizio da correggere. Lui risponde con i numeri di Frontex: gli ingressi irregolari attraverso la Spagna, negli ultimi anni, sono la metà di quelli registrati attraverso l’Italia. Il paradosso è perfetto: il Paese che ne accoglie di meno è quello messo sul banco degli imputati, e l’accusa di “attrattività” diventa un modo elegante per punire chi non ha ancora imparato a fare della paura una politica estera. La richiesta italiana di sospendere Schengen con Madrid completa il quadro: non un dibattito sui fatti, ma una prova di forza sul chi detta la linea.
Restano, a chiudere il cerchio, gli invisibili dell’obitorio. Sono loro il vero archivio di questa stagione. Mentre i nomi dei Paesi terzi vengono elencati con la precisione di un’agenda commerciale, i nomi dei morti mancano tutti: non identificati, non reclamati, non contrattabili. È la distanza tra le due liste — quella dei governi con cui si tratta e quella dei corpi che nessuno rivendica — a dire la verità di questo momento. Si può misurare l’efficacia di una politica migratoria dai centri che apre, dai dazi che scambia, dagli hub che promette. Oppure la si può misurare da quanti riesce a non far vedere. Le due misure, in questi giorni, coincidono.





