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Pierluigi Piccini interviene sul civismo: dalla stagione della Fondazione Monte dei Paschi agli equilibri dell’amministrazione Fabio, il vero spartiacque non è tra civici e partiti, ma tra chi cerca consenso e chi assume la responsabilità di decidere.
L’articolo che Claudio Marignani ha firmato per Sena Civitas, uscito il 4 giugno su SienaPost, ha il merito di porre una questione reale: che cosa siano, l’una di fronte all’altro, le liste civiche e i partiti, il radicamento e la rappresentanza. La risposta che vi si legge, e cioè che si tratta di realtà diverse e complementari, entrambe necessarie, è del tutto ragionevole, e non è lì che va cercata l’obiezione. Il punto è un altro, e riguarda il modo stesso in cui quella risposta viene costruita, perché lascia affiorare una tecnica che non appartiene a Sena Civitas più che ad altri, essendo piuttosto la grammatica comune con cui, da molto tempo, si fa politica a Siena. Vale la pena allora lasciare sullo sfondo il singolo intervento e seguire la tecnica che esso, senza volerlo, illumina.
Questa tecnica consiste nel misurare il proprio valore con il consenso. Voti, percentuali, lettori, persone che seguono sono numeri che servono, prima di ogni altra cosa, a pesarsi; e pesarsi ha una sua logica, ma una logica chiusa, un cerchio che si autolegittima, in cui il consenso conferma la presenza e la presenza alimenta il consenso, mentre il giro si compie senza mai sfiorare l’unica cosa che dovrebbe davvero contare. Governare, infatti, è un’altra storia: vuol dire decidere, cioè scegliere, e quindi scegliere anche contro qualcosa, perché ogni scelta esclude; vuol dire rispondere, cioè accettare di essere giudicati sui risultati e non sulle intenzioni; e vuol dire soprattutto fare, avere un progetto e condurlo fino in fondo, trasformare una visione in opere che restano. Pesarsi non è nulla di tutto questo, ed è per ciò che si può raccogliere molto consenso senza aver deciso, senza aver costruito, senza dover rispondere di alcunché.
Che la distanza fra le due cose sia reale lo mostra un fatto concreto. Sena Civitas esprime in giunta un assessorato che all’inizio del mandato teneva insieme commercio e turismo e che oggi si è ridotto al solo turismo; non è una colpa da addossare a qualcuno, ma è un segno, perché la sfera della responsabilità può restringersi mentre il consenso resta intatto soltanto quando consenso e governo hanno ormai smesso di parlarsi, quando ci si misura su quanto si è seguiti e non più su quanto si è inciso.
Tutto questo, però, ha un’origine precisa, che conviene non lasciare nel vago, perché non si tratta di una radice immemorabile: nasce, e si consolida, con la Fondazione Monte dei Paschi, all’inizio degli anni Duemila. Il Monte come banca è antico di secoli, ma è la Fondazione a trasformare quella ricchezza in rendita di territorio, in un flusso costante di denaro che raggiungeva la cultura, il welfare, le opere, le associazioni, e che proprio per questo rendeva superflua la scelta e inutile il progetto: da allora non si è più scelto tra le cose, le si sono finanziate tutte, e non si è costruito un futuro, si è custodito un presente che pareva eterno. In quegli anni la città ha disimparato la decisione e insieme il fare, apprendendo al loro posto un solo mestiere, quello di tenere gli equilibri; un mestiere che, finché la Fondazione distribuiva, appariva innocuo, e che quando quella ricchezza è venuta meno è rimasto come pura abitudine, ormai priva dell’abbondanza che la rendeva innocua.
È esattamente qui, e in nient’altro, la crisi dell’amministrazione Fabio: non in un episodio o nell’altro, ma nell’essere divenuta un sistema di equilibri rivolto alla conservazione dello stato di cose, dove si amministra per restare e non per fare, si tiene insieme la coalizione, si dosa il consenso e si evita il conflitto; e poiché il conflitto si evita non si decide, e poiché non si decide non si costruisce nulla.
Un simile governo, però, non si limita a non progettare: incentiva l’interdizione, e conviene capire che cosa sia, davvero, il no. Non è la negazione sterile di chi è privo di idee, ma uno strumento efficace per ottenere vantaggi a favore del proprio gruppo, perché chi può fermare può anche trattare, e chi tratta porta a casa qualcosa. Di qui un duplice effetto: il no raccoglie consenso intorno a chi cerca il risultato personale, restituendo a un cerchio ristretto un beneficio immediato e visibile, e insieme tiene accese le aspettative di chi per il momento è rimasto fuori, perché la minaccia di bloccare è anche la promessa che il proprio turno verrà; così nessuno è mai del tutto escluso né del tutto appagato, e tutti restano appesi a un gioco che non si chiude. È, in fondo, la rendita che sopravvive a se stessa: venuta meno l’abbondanza da distribuire, diventa moneta il potere di fermare.
E qui cade, definitivamente, l’opposizione da cui si era partiti, perché chi interdice non è il partito che si contrappone al civismo: chi interdice è, il più delle volte, civico anch’esso. La linea che conta non separa allora le liste civiche dai partiti, ma attraversa il civismo stesso, dividendo chi tenta di costruire da chi ha fatto del veto il proprio mestiere. Va riconosciuto a Sena Civitas di stare dalla prima parte; ma è un merito che non assolve, perché chiunque seguiti a misurarsi soltanto sul consenso resta dentro la medesima cornice, quella in cui si pesa il proprio peso e mai ciò che si è fatto.
In una simile cornice la parola “complementarità” non è falsa, ma diventa il nome cortese di un equilibrio che ha rinunciato al progetto. Per questo la questione vera non è il rapporto fra civici e partiti, ma la differenza tra pesarsi e governare. Una città non riparte dall’armonia tra le sue componenti, bensì dal momento in cui qualcuno smette di contare il proprio consenso e torna a fare: decide, costruisce e accetta di essere giudicato su ciò che ha costruito. Significa lasciare la comodità degli equilibri per riprendersi il rischio della scelta, con il conflitto che essa comporta, l’errore sempre possibile, la responsabilità assunta in prima persona; ed è la cosa più scomoda che ci sia, ma anche l’unica che restituisce a una comunità il governo di sé. Tutto il resto è la cura con cui, a Siena, da troppo tempo, si continua a chiamare equilibrio ciò che è soltanto conservazione, e conservazione, ormai, di un lento declino.
Pierluigi Piccini





