
O Madre
7 Giugno 2026
Pesarsi o governare? La politica senese tra consenso, rendita e declino
7 Giugno 2026Da UniCredit a Mps, da Bpm a Generali: l’Italia rischia sul risiko
Trent’anni fa il sistema bancario italiano era molto frammentato, gestito spesso secondo logiche poco imprenditoriali, con una presenza prevalente di fondazioni in buona parte dei casi troppo vicine al mondo della politica. Poi la legge Amato nel 1990 ha messo la parola fine, o quasi, al rapporto fondazioni-banche e pochi anni dopo, nel 1994, il Testo unico bancario ne ha sancito la trasformazione in imprese. Così è cominciato il grande cambiamento che, attraverso privatizzazioni, aggregazioni e qualche pesante crisi bancaria, ha permesso di guadagnare in efficienza passando da foresta pietrificata, la famosa definizione di Giuliano Amato, a settore più efficiente di molti altri in Europa. A partire da quello tedesco che, invece, ha pagato il prezzo di un sostanziale immobilismo. La fotografia attuale, però, non risulta tranquillizzante perché diversi fronti sono in movimento con esiti incerti e rischi (ma anche opportunità).
All’appuntamento si presentano due banche ai vertici delle classifiche europee: Intesa e Unicredit, che insieme controllano già una ventina di istituti con sede in Europa. La differenza è che Intesa ha un azionariato stabile, garantito proprio dalle Fondazioni sopravvissute. E, per il momento, è rimasta alla finestra. Al contrario Unicredit è impegnata su più fronti: dalla scalata alla tedesca Commerzbank alla partecipazione in Generali, l’altro pezzo pregiato della finanza italiana dagli equilibri di comando da definire. E proprio il gruppo Generali rappresenta un terzo punto interrogativo perché la partita per il suo controllo è aperta, a sua volta collegata con i destini di un terzo polo bancario: Mps-Mediobanca, nel mirino della Banca popolare di Milano (ma non solo). Nei giorni scorsi la banca guidata dall’amministratore delegato Andrea Orcel ha superato, tenendo conto dei derivati, il 50 per cento di Commerzbank ma, sotto certi aspetti, la situazione è surreale. Il futuro, non dichiarato, della banca tedesca è di essere fusa con un altro istituto di credito tedesco controllato al 100 per cento da Unicredit: la HypoVereinsbank (Hvb). Resta il fatto che, se la razionalizzazione dovesse proseguire, ne uscirebbe comunque una realtà contradditoria perché i soci italiani di Unicredit sono molto frammentati: la Delfin della famiglia Del Vecchio (2,85 per cento), la Fondazione Crt (2,37 per cento) e poco altro. Commerzbank, dal canto suo, ha un blocco di soci tedeschi a prova di diluizione della quota, a partire dalla Repubblica federale tedesca con oltre il 12 per cento. Nell’ordine l’attivo totale a fine 2025 del gruppo Unicredit è di 870 miliardi di euro, la controllata Hvb (società non quotata) è a quota 270 miliardi, Commerzbank a 590 miliardi. Nasce così un gruppo, vigilato anche da normative e autorità in Germania, in cui la componente di business tedesca pesa significativamente mentre l’azionariato italiano è assai poco significativo. Non solo.
C’è un secondo scenario da considerare: la mancanza di un gruppo di controllo forte espone Unicredit, che in Borsa capitalizza circa 111 miliardi, al rischio scalata, considerando che tra i principali azionisti ci sono investitori finanziari come Blackrock (poco meno dell’8 per cento), le finanziarie d’investimento americane Capital group (5,3 per cento circa) e Vanguard (4,56%), il norvegese Norges (intorno al 2,7 per cento).
Il controllo di Unicredit-Commerzbank è collegato a Generali, di cui è terzo azionista con il 9 per cento circa (considerando i diritti di voto). Qui entrano in scena le scelte di Delfin, socia al 10%, e forse perfino di Edizione, la holding dei Benetton che controlla il 4,8 per cento e dovrà decidere come liquidare in tutto o in parte la partecipazione di un fondatore del gruppo, Giuliana Benetton. Quali saranno le scelte della nuova gestione della finanziaria dopo la scalata di Leonardo Maria Del Vecchio? Di sicuro l’acquisto di quote degli altri eredi è stata possibile grazie a un finanziamento bancario da 11 miliardi che ha come capofila proprio Unicredit e che costa interessi elevati. Per questo partecipazioni finanziari come quella in Generali e in Mps (17 per cento) potranno essere cedute, con la banca guidata dall’amministratore delegato Andrea Orcel ovviamente ben posizionata in quanto capofila del maxi prestito insieme al colosso del credito francese Crédit agricole, terza banca più grande d’Europa con quasi 3 mila miliardi di attivo globale.
Qui il pensiero va a ser Francesco Guicciardini, scrittore e storico fiorentino del Cinquecento, a cui è stato attribuito il famoso modo di dire «Francia o Spagna purché se magna», sostituendo Spagna con Germania potrebbe calzare alla perfezione perché il Crédit agricole ha recentemente aumentato la partecipazione in Bpm al 22 per cento. Il ruolo della banca francese in Bpm è stato finora defilato, ma la partecipazione è importante e la banca milanese è candidata a un grande accordo con il Monte dei Paschi dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio, che a sua volta controlla Mediobanca con poco più dell’86 per cento ed è, di conseguenza, primo azionista di Generali con poco più del 13 per cento.
Sempre che per contrastare Bpm-Crédit Agricole non entrino in scena Bper-Unipol e relativa cordata (si veda il Sole 24 Ore del 6 giugno). Come si vede lo scenario è di partecipazioni incrociate e centri di comando da definire, da cui dipenderà l’assetto finale di Unicredit, Commerzbank, Generali, Banca Bpm e Mps-Mediobanca. Enrico Cuccia, deus ex machina di Mediobanca, amava ripetere: «Articolo quinto chi ha il denaro ha vinto».
Per questo avanza la preoccupazione che, alla fine, capitali tedeschi e francesi colgano l’attimo per conquistare posizioni dominanti. Al tavolo di questi scenari incrociati siede poi un convitato di pietra: la Procura della Repubblica di Milano, con l’inchiesta Monte dei Paschi di Siena-Mediobanca. Prima dell’estate 2025 è stata sul punto d’irrompere sulla scena bancaria, ma non è accaduto. Così i fatti hanno avuto il loro corso e l’azionariato di Mps è cambiato con l’ascesa di Francesco Gaetano Caltagirone e della Delfin dei Del Vecchio.
L’inchiesta però non è stata archiviata. In prima battuta sembrava destinata a non incidere più di tanto in quanto ormai i giochi erano fatti con la vittoria di Caltagirone e Delfin. Sta andando in altro modo. Delfin all’ultima assemblea di Mps ha votato diversamente da Caltagirone e la conseguenza è stata il clamoroso ritorno del licenziato Lovaglio, in asse con il presidente di Mediobanca, Vittorio Grilli. Ora il livello di attenzione è tornato alto e l’attesa è di nuovi colpi di scena, come conferma il lungo interrogatorio, in qualità di testimone, del banchiere Alberto Nagel, l’ex amministratore delegato di Mediobanca che fino all’ultimo ha tentato di opporsi a Caltagirone .





