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di pierluigi piccini
C’è un momento, nei giorni che seguono la presentazione di un drappellone, in cui l’opera smette di appartenere all’artista e comincia ad appartenere alla città. Accade sempre. Ma stavolta è accaduto in un modo particolare, e vale la pena raccontarlo per come è. La Madonna dell’Assunta di Teodora Axente era stata svelata da poche ore nel Cortile del Podestà — emersa dal buio con quel pallore di soglia che è la firma della pittrice, lo sguardo intenso, il manto aperto sopra Siena — e già circolava non più come immagine, ma come riconoscimento. Qualcuno, davanti a quel volto, si è avvicinato a qualcun altro e ha detto, a mezza voce: assomiglia. E ha fatto un nome.
Il fatto interessante è che i nomi non coincidono. Ne ho sentiti diversi, e non era mai lo stesso. Chi guarda a lungo un volto dipinto finisce sempre per riconoscervi qualcuno, e quel qualcuno cambia da persona a persona, perché non viene dalla tela ma da chi la guarda: un padre, una figura perduta, un viso giovane che non è invecchiato, un debito affettivo mai saldato. Ciascuno vi mette il proprio. E proprio perché ciascuno vi mette il proprio, nessuno di questi nomi è quello giusto — o lo sono tutti, che è lo stesso. Il volto non appartiene a nessuno dei riconoscimenti che raccoglie. Li accoglie e li lascia contraddire.
Bisogna essere onesti fino in fondo: qualcosa, in quel volto, davvero chiama. Non è pura suggestione. C’è una linea del naso, un arco delle sopracciglia, una piega della bocca appena verso il basso, una gravità trattenuta, che sembrano rimandare a facce che conosciamo. Ma è qui che accade la cosa più sottile. Ciò che riconosciamo non è mai una persona: è un clima. Una figura grave che emerge dalla notte, con la città alle spalle e la luce fredda addosso, riattiva in ognuno l’atmosfera di un proprio ricordo — e a quell’atmosfera ciascuno, poi, dà il nome che ha in serbo. Riconosciamo prima il sentimento, e solo dopo gli cuciamo sopra un viso. Per questo i nomi non tornano: perché la somiglianza è vera come emozione ed è falsa come identità.
Eppure…
Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza il modo in cui Axente dipinge. Le sue figure non si offrono complete: emergono da un fondo caravaggesco, hanno il colore esangue di chi sta tra il vivo e il trapassato, si fondono per metamorfosi con ciò che le circonda — i cherubini che diventano pesci, il cielo tempestoso che vira in speranza. Sono presenze porose, superfici lasciate deliberatamente aperte, che chiedono di essere terminate dallo sguardo di chi guarda. La pittrice offre alla città una tela abbastanza permeabile da accogliere i suoi fantasmi. Non li mette lei: apparecchia il luogo perché li mettano gli altri. E poi lascia che si contraddicano.
Resta un ultimo dettaglio, e forse è il più onesto di tutta la vicenda. L’unica persona che sa davvero di chi sia quel volto — se di qualcuno — è colei che lo ha dipinto, e tace. Non conferma, non smentisce, non consegna la chiave che scioglierebbe il gioco. Quel silenzio non è reticenza: è la cosa più giusta che potesse fare, perché lascia ciascuno solo con ciò che vede, e con ciò che crede di vedere. Perché davanti a un volto che sembra guardarci non troviamo la persona ritratta: troviamo la nostra. Ognuno ci mette la faccia che gli manca. E la misura di una città non è chi riconosce nella sua Madonna — è quanto ha bisogno di riconoscervi qualcuno.





