
Lo Stato saluta, il mercato si contende il Monte: la settimana che ha riscritto la mappa del credito italiano
11 Giugno 2026Il terremoto che non c’è
La stampa parla di sisma e di sacrilegio; ma Siena non possiede la sua banca da oltre un decennio. Lo Stato che la rilevò l’ha quasi tutta rivenduta a finanzieri non senesi; e tra i due padroni di oggi c’è un uomo che, insieme, pesa sulla banca, l’ha amministrata e le fa causa
di Pierluigi Piccini
«Terremoto a Rocca Salimbeni», titolano le pagine. E intorno: rivoluzione, smembramento, sacrilegio. È un lessico, e come ogni lessico sceglie. Un terremoto ha due proprietà: è improvviso, e non ha autore. Si subisce, non lo si decide; nessuno ne risponde, perché la colpa di un sisma non esiste. Ecco perché la parola viene adottata d’istinto: tra tutti i ruoli possibili ne assegna alla città uno solo, e il più comodo, quello della vittima di una forza di natura.
Ma non è improvviso, e ha un autore. Va corretta subito la lettura facile, quella che data tutto al 1995. La separazione di allora non consegnò la banca al mercato: le diede una forma nuova lasciando il comando dov’era sempre stato. La Fondazione rimase l’azionista di controllo, e per oltre un decennio il Monte restò senese nell’unico senso che conti, la proprietà del proprio comando. Nel 1995 tutto rimaneva in mano alla città. Il dominio senese non finì per riforma, ma per dissipazione: tra il 2012 e il 2014 l’acquisto di Antonveneta e gli aumenti di capitale che ne seguirono ridussero la Fondazione a una quota residua, intorno al due per cento. La proprietà passò poi allo Stato nel 2017, quando, fallito ogni salvataggio di mercato, il Tesoro ricapitalizzò la banca e ne divenne il padrone con circa il 64 per cento del capitale.
Ma neppure lo Stato è rimasto padrone, ed è il passaggio che le cronache odierne dimenticano. Tra il novembre 2023 e il novembre 2024 il Mef ha ceduto il Monte in tre tranche — un primo 25%, poi un 12,5%, infine, il 13 novembre 2024, un ultimo 15% piazzato in poche ore a Delfin, Caltagirone, Banco Bpm e Anima. Con quella vendita la quota pubblica scese all’11,7%; poi l’operazione su Mediobanca l’ha ulteriormente diluita, e oggi il Tesoro non possiede che poco meno del 5% — un residuo che annuncia di voler cedere a «chi dà di più». Lo Stato non è più, a Siena, che un venditore in uscita. Il comando è passato a un nocciolo di privati, e i due maggiori azionisti del Monte sono oggi la Delfin degli eredi Del Vecchio, con circa il diciassette per cento, e il gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone, secondo, con una quota tra il dieci e il tredici per cento. Né l’una né l’altro sono senesi: chi ha sostituito lo Stato non lo è più di quanto lo fosse lo Stato.
Caltagirone è il ritratto di questa estraneità. Costruttore romano, ottantatré anni, un impero che va dal cemento all’immobiliare ai giornali — possiede Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino —, a lungo vicepresidente di Generali e oggi suo secondo azionista, presente anche in Mediobanca, è l’uomo dei pacchetti pazienti e delle guerre di logoramento nei salotti della finanza. A Siena, più che arrivare, è transitato. L’offerta del Monte su Mediobanca è, prima di tutto, la sua mossa per spezzare la presa di Piazzetta Cuccia su Generali, bersaglio di una battaglia che combatte da anni. Il Monte, per lui, è un passaggio verso altro, non un fine.
E qui sta il dettaglio che dice tutto. Lo stesso Caltagirone che oggi pesa sulla banca le ha fatto causa. Nel 2022 sei società del suo gruppo hanno citato il Monte davanti al Tribunale di Roma chiedendo circa 741 milioni di risarcimento per le perdite sulle azioni acquistate tra il 2006 e il 2011, lamentando informazioni fuorvianti; la banca contesta ogni domanda ed eccepisce la prescrizione. Con l’aggravante — o la perfezione — che proprio in quegli anni, dal 2006 al 2012, Caltagirone del Monte era vicepresidente: chiede conto, oggi, di ciò che fu diffuso mentre sedeva ai vertici. Resta così, da solo, a ogni lato del tavolo: socio che vi pesa, ex amministratore che la governava, attore che le fa causa, regista che la conduce in una guerra che non è di Siena.
In questo quadro si misura l’illusione più recente. Quando il Monte lanciò l’offerta su Mediobanca, la città credette di assistere a una resurrezione: la piccola banca di provincia che inghiottiva la casa di Cuccia, da preda a predatore, quasi una rivincita. Ma il predatore portava il nome del Monte e rispondeva ad altri padroni; non era una vittoria senese, era una manovra romana firmata con un marchio senese. E quella conquista è proprio ciò che ha apparecchiato l’asta di oggi: assorbendo Mediobanca la banca ha cambiato stazza e ha ereditato la quota di circa il 13% in Generali, l’asset che la trascina sul terreno dei poteri speciali e ne fa il boccone su cui si è gettata Intesa Sanpaolo. Il pasto del predatore è ciò che lo ha ingrassato per il predatore successivo. Siena ha scambiato l’aumento di taglia per un aumento di sovranità: era invece la taglia a renderla, finalmente, una preda che valesse la pena prendere.
Si capisce allora a cosa serva lo stupore. Il registro catastrofico recita la sorpresa per sciogliere la responsabilità: davanti a un sisma si piange, non si rende conto. E l’unità invocata come virtù — «no divisioni, no polemiche», il fronte trasversale, la Regione che «guidi la mobilitazione» — completa l’opera: dove tutti tremano insieme, nessuno deve domandarsi chi abbia scavato la fossa.
Non c’è alcun terremoto. C’è la scadenza puntuale di una maturità: un comando che fu della città e dalla città fu speso, una proprietà passata allo Stato e dallo Stato rivenduta a finanzieri di Roma e di Milano, una conquista festeggiata come riscatto e rivelatasi l’esca della cattura. L’unica cosa che oggi trema è il linguaggio. E una città che chiama sisma la propria lunga rinuncia conserva, del Monte, l’ultimo bene che le resti davvero in proprietà: lo stupore.





