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11 Giugno 2026
Il terremoto che non c’è
11 Giugno 2026Lo Stato saluta, il mercato si contende il Monte: la settimana che ha riscritto la mappa del credito italiano
Il governo si è seduto, finalmente senza infingimenti, dalla parte dello spettatore interessato. Il ministro dell’Economia, a margine di un’audizione al Senato, ha ribadito che lo Stato è legato a criteri di debito pubblico, che dalla quota nel Monte — come da tutte le partecipazioni bancarie — bisogna uscire, e che la scelta cadrà su «chi ci dà di più. Funziona così». Una frase che vale più di un trattato di filosofia della privatizzazione. Per il Tesoro, d’altronde, le condizioni appaiono ideali: il titolo ai massimi, oltre mezzo miliardo di dividendi incassati, una quota residua che vale oggi circa 1,3 miliardi e l’ipotesi tecnica di un collocamento accelerato sul modello delle dismissioni del 2023 e del 2024. La parabola pubblica del Monte dei Paschi si chiude dunque nel modo più prevedibile: al miglior offerente.
Ma intorno a quella quota si è scatenata, nel giro di una domenica, la più grande battaglia bancaria degli ultimi vent’anni. Il primo a muovere, in chiaro, è stato Banco Bpm: un consiglio di amministrazione convocato a sorpresa ha deliberato all’unanimità di inviare a Rocca Salimbeni una manifestazione di interesse per un’aggregazione concordata, strutturata come fusione tra pari. Nascerebbe un gruppo da circa 50 miliardi di capitalizzazione, con un utile netto a regime stimato in 6 miliardi e il ruolo di secondo polo nazionale; negli ambienti finanziari si era persino disegnata la geografia del potere, con Giuseppe Castagna alla guida operativa e Luigi Lovaglio alla presidenza. Una fusione tra pari, si dice — anche se le taglie non sono propriamente simili: Piazza Meda capitalizza una ventina di miliardi, il Monte si avvicina ai trenta.
La risposta è arrivata nella notte, e ha cambiato la scala del gioco. Al termine di un consiglio protrattosi fino a tarda sera, Intesa Sanpaolo ha promosso un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni del Monte, finalizzata al delisting. Per ogni azione consegnata, 1,6 azioni ordinarie di nuova emissione più un euro in contanti: ai prezzi del 5 giugno, un valore implicito di 10,091 euro per azione, con un premio del 12,5% sull’ultima chiusura e del 17,4% sulla media ponderata degli ultimi tre mesi; la soglia minima è fissata ai due terzi del capitale. Controvalore complessivo: fino a 30,6 miliardi, con l’obiettivo dichiarato di costruire un polo del wealth management da duemila miliardi di masse e di superare i 16 miliardi di utile netto entro il 2029. Carlo Messina ha liquidato la mossa milanese del rivale con una battuta destinata a restare — quella di Bpm sarebbe una «lettera d’amore» — chiarendo che eventuali controfferte dovranno misurarsi non su suggestioni industriali ma su una solida valorizzazione economica.
Il congegno è stato costruito con cura preventiva. Unipol ha sottoscritto un accordo con Intesa per acquisire, a opas completata, una banca composta da 635 filiali del Monte; la compagnia proporrà poi a Bper una combinazione con la banca ceduta, e il gruppo risultante prenderà il nome di Banca Monte dei Paschi, sostenuto da un aumento di capitale fino a 2,5 miliardi. Il corrispettivo massimo dell’acquisizione è fissato in 3,5 miliardi, e l’accordo è dichiaratamente funzionale a disinnescare in anticipo le obiezioni antitrust. Tradotto: del Monte sopravvive il marchio, trasferito altrove come un’insegna. Di Siena, appunto, soltanto il nome.
Dietro la geometria finanziaria c’è una geometria politica. Il vero detonatore sarebbe stato il rischio che i francesi del Crédit Agricole — già al 22,9% di Bpm e autorizzati dalla Bce a salire fino al 29,9% — acquisissero una posizione rilevante nella filiera che dal Monte, via Mediobanca, arriva fino a Generali, la cassaforte del risparmio degli italiani e di una buona fetta di debito pubblico; non a caso l’Agricole ha approvato senza indugi la proposta di Castagna. Nei retroscena di palazzo, la presidente del Consiglio avrebbe espresso gradimento per l’operazione, che le consente di rivendicare il successo del salvataggio della banca senese — da brutto anatroccolo prossimo al fallimento a preda contesa a suon di miliardi — e di vedere il risparmio degli italiani, Generali in testa, restare in mani italiane. Eppure i numeri ridimensionano la paura dell’assalto francese: anche nello scenario massimo, con l’Agricole al 29,9% di Bpm prima della fusione, il peso post-aggregazione resterebbe intorno all’1,1%. Il che svuota l’immagine dell’invasione, pur lasciando intatti i nodi di governance, e rende evidente che la contro-operazione di Intesa non è meno politica: mette il Leone al riparo da Parigi, ma concentra ulteriormente il sistema intorno al primo gruppo nazionale.
Sul fronte degli azionisti di peso, le fondazioni hanno già scelto. Il presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Azzone, alla guida del secondo socio di Ca’ de Sass con il 5,5%, ha espresso «grande apprezzamento» per l’iniziativa, leggendovi creazione di valore per gli azionisti, per le imprese, per i clienti e per il Paese intero, e giudicando inevitabile che il confronto si giochi ormai su scala europea, terreno sul quale il gruppo guidato da Messina avrebbe tutte le carte in regola. Dividendi più ricchi per ricerca, cultura e welfare lombardo: la filantropia ha la sua razionalità, e non passa da Siena.
Gli analisti, intanto, certificano l’ovvio con il linguaggio delle agenzie. Per S&P il settore bancario italiano è alle soglie di una nuova era di fusioni e acquisizioni: con le grandi banche intenzionate ad aumentare dimensioni e scala per proteggersi dalle difficoltà future, una nuova ondata di consolidamento è ritenuta inevitabile. Per effetto dell’offerta di Intesa, inoltre, il Monte è ora soggetto alla passivity rule, che richiede l’approvazione degli azionisti per avviare qualsiasi discussione sulla fusione con Bpm finché l’opas resta in piedi. Nei prossimi mesi, avvertono gli stessi analisti, potrebbero emergere ulteriori operazioni — con lo sguardo che si sposta su Bpm stessa, tra ipotesi di rilancio e mire di UniCredit — mentre nella maggioranza di governo si registrano distinguo tra Lega e Fratelli d’Italia sul giudizio dell’offerta. In Borsa il titolo del Monte si è assestato in lieve calo intorno ai 10,34 euro: segno che il mercato considera la partita tutt’altro che chiusa.
A margine del fronte del credito, un’altra tessera del consolidamento italiano è andata al suo posto: il Tar del Lazio ha respinto il ricorso con cui Iliad chiedeva l’annullamento del provvedimento con cui l’Antitrust, nel settembre 2025, aveva escluso che l’acquisizione del controllo di Tim da parte di Poste costituisse una concentrazione vietata, giudicando la decisione dell’Autorità frutto di un esercizio ponderato del suo potere tecnico-discrezionale.
Resta, alla fine, la domanda che nessuna conference call si è posta. Lo Stato esce facendo cassa, Milano si contende la preda, le fondazioni applaudono, le agenzie benedicono l’inevitabile. E la città il cui nome campeggia ancora sull’insegna — quella che del Monte fu per cinque secoli la ragione sociale e civile — assiste alla spartizione delle proprie spoglie semantiche: 635 filiali e un marchio da trasferire, come si trasloca un quadro. Il consiglio del Monte dovrà ora pronunciarsi, gli azionisti decideranno, le authority vigileranno. Ma la sostanza è già scritta nelle parole del ministro: chi ci dà di più. Funziona così. Appunto.





