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Non si sale da soli
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di Pierluigi Piccini
C’è un modo antico di seppellire i vivi: intitolare loro una via mentre sono ancora in cammino. Si conserva il nome, lo si celebra, lo si affigge su una targa — e intanto la persona che quel nome portava è già uscita dalla stanza. La liturgia di questi giorni intorno al Monte funziona così. Si difende una denominazione, “Monte dei Paschi di Siena, banca dal 1472”, nel momento preciso in cui il corpo che designava si è spostato altrove. E la difesa è tanto più fervida quanto più la sostanza è già partita, perché è quando la cosa se n’è andata che la reliquia diventa preziosa.
Conviene partire dall’auspicio che ha movimentato la vigilia di Ferragosto. Dalle stanze del governo ci si augura che la banca “non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”. Frase che a Siena suona come una carezza, e che molti hanno preso per una linea finalmente dettata. Ma una linea riguarda la sostanza: dove vanno le funzioni di comando, dove finisce il valore prodotto, chi decide e da quale città. Di questo non c’è sillaba. C’è solo il nome. E la prova la fornisce, involontariamente, chi subito dopo reclama “fatti e impegni concreti” e chiede che si spieghi “cosa significhi concretamente non smembrare”. Se l’auspicio avesse un contenuto, non ci sarebbe nulla da chiarire: la domanda di concretezza è la confessione che è vuoto. Si fa quadrato solo intorno a qualcosa, e qui intorno c’è una parola.
La neutralità dichiarata è il congegno che lo tiene in piedi. Ci si proclama estranei alle dinamiche di mercato e nello stesso respiro si “auspica”: ma l’auspicio non impegna a nulla, non è un decreto di cui rispondere. È moral suasion travestita da spettatore. Chi si volta dall’altra parte con garbo compie comunque un gesto preciso: si riserva l’influenza sulla partita e declina ogni responsabilità sull’esito. Se la difesa riesce, l’ha voluta; se fallisce, era solo neutrale. Arrivare per ultimi, a mercati chiusi, con un desiderio pronunciato è l’unica posizione che non può perdere, perché non decide niente e si prende il merito di tutto. E la terzietà è comunque una finzione finché il Tesoro resta socio: si è parte in causa mentre ci si dichiara arbitri.
Ma il punto vero non è la retorica del potere: è il bilancio, che non lo si può accusare di fare opposizione. Il semestre è stato annunciato in maiuscolo — oltre un miliardo di utile, più venticinque per cento, patrimonio solido. Chi si ferma alla prima pagina chiude il documento persuaso di una banca in salute smagliante. La verità sta a pagina venti, in corpo minore, nella riga dell’utile per azione: trentasei centesimi contro settanta dell’anno prima. Meno quarantatré per cento. L’utile complessivo che cresce di un quarto e quello di ciascuna azione che quasi si dimezza sono la stessa grandezza vista da due lati opposti. La spiegazione è aritmetica prima che politica: se un miliardo vale trentasei centesimi ad azione, le azioni in circolazione sono ormai più di tre miliardi, contro il miliardo scarso di prima. È il prezzo del concambio con cui la merchant milanese è entrata nel perimetro. Chi possedeva un pezzo del Monte oggi ne possiede, in proporzione, meno della metà: la torta è più grande, le fette più numerose, e quella senese si è assottigliata mentre si celebrava la crescita della torta.
Anche quel venticinque per cento, del resto, è meno solido di quanto la maiuscola pretenda. Il confronto poggia su dati riscritti, con l’anno precedente rifatto come se l’acquisizione fosse già dentro; ma con una convenzione dichiarata in nota e poi dimenticata: l’utile della controllata ante-acquisizione viene attribuito interamente ai terzi. E infatti la pertinenza di terzi crolla da seicentottantaquattro a ottanta milioni. Ciò che l’anno scorso era “dei terzi” quest’anno diventa “della capogruppo”: non è ricchezza nuova che appare, è ricchezza che cambia casella. Il dato — che pure porta nel nome l’idea di ciò che è dato, offerto — è qui tutt’altro che dato: è fabbricato con cura, e la cura sta nella scelta di dove far cadere i numeri.
C’è poi la questione che tiene prigioniero tutto il resto: la partecipazione nel Leone assicurativo. La si racconta come conquista, talvolta persino, per svista, come “maggioranza”. Non è maggioranza: è il tredici per cento, una prima quota relativa, non un controllo. E soprattutto non è cassa da spendere: è l’asset per cui l’intera operazione è stata fatta, il grimaldello pagato caro proprio per aprire quella porta. Ora si è trasformato in una palla al piede. Venderlo per finanziare la difesa significherebbe tre cose insieme — buttare via la ragione stessa dell’acquisto, cioè il reddito e la leva assicurativa e il dialogo col Leone che nessuna raccolta ricreerebbe; confermare la ricostruzione secondo cui la merchant era stata comprata per arrivare all’assicurazione e non per sé; violare la richiesta di preservarne l’italianità posta come paletto dal governo. Ma non lo si può nemmeno tenere immobile senza restare ingessati nel capitale. Il trofeo è diventato il nodo scorsoio.
E qui la geografia dei soci smentisce ogni immagine di preda diventata predatore. I due azionisti pesanti — il primo con oltre il diciassette per cento, il secondo con il dieci — stanno dentro la banca non per il dividendo del Monte, ma perché il Monte custodisce quel tredici per cento del Leone. La loro partita è l’assicurazione, non Rocca Salimbeni. Sfilare loro la quota da sotto i piedi significa togliere l’unica ragione per cui tengono le azioni senesi. Non sono avversari sconfitti: sono un socio ingombrante e sospettoso, già dietro la fase più delicata, pronto a mollare se il disegno salta. Chi celebra la vittoria “contro” di loro racconta il rovescio dei fatti.
Metti insieme i pezzi e la figura è netta. La sostanza economica — il valore per azione — è già uscita da Siena: prima col concambio, poi con la promessa di distribuire fino a tutto l’utile, con due miliardi di patrimonio usciti in dividendo a primavera, la ricchezza che defluisce integra e veloce verso un azionariato che di senese ha ormai poco. La sostanza strategica — il Leone — non può uscire dal perimetro senza far crollare l’intera architettura, industriale, giudiziaria, politica, azionaria. Il Monte è incastrato tra un valore che scivola via e un asset che non si può muovere. Ed è per questo che, a chi governa, conviene difendere il nome: perché sulla sostanza le mani sono già legate a tutti, e allora non resta che tutelare la dicitura. Si protegge la reliquia perché il corpo non lo si può più spostare senza far saltare il banco che si è contribuito a costruire.
Non c’è dunque alcuna conversione da spiegare, nessun ripensamento indotto da chissà quale regia. Chi favoriva ieri la contendibilità della banca e chi oggi ne difende il nome fa, sulla sostanza, la stessa cosa: lascia che il valore vada dove il mercato lo porta, fuori da Siena. Ieri come spezzatino tra insegne diverse, oggi come dispersione dentro l’insegna conservata. È cambiato solo l’involucro, da marchio spartibile a marchio da salvare. Difendere il nome è precisamente ciò che si fa quando si è già deciso di non difendere la cosa.
Ha un suono amaro, allora, la stagione delle onorificenze cittadine, del prestigio che si dice restituito a Siena. Perché si consegna alla città il linguaggio del nome — “Siena sulla mappa”, il marchio, la denominazione salvata — nell’esatto momento in cui la sostanza si è allontanata. La città che festeggia il proprio nome mentre perde la propria banca ripete in piccolo il gesto che dall’alto si compie in grande. E lo ripete accanto a un dato che nessuno ha voluto incorniciare: trecentosessanta filiali perse in Toscana in cinque anni, la rete che si dirada mentre la si dice radicata. Il radicamento si celebra quando comincia a mancare, come si accende un cero quando la luce se ne va.
Nel 1472 quel Monte nacque come istituzione di misericordia civica, un presidio contro l’usura, un modo perché la comunità tenesse per sé una parte della propria ricchezza. C’è una sapienza antica, e non solo la nostra, che ricorda come un bene nato collettivo non si privatizzi mai del tutto senza lasciare un debito verso chi lo aveva custodito. Di quel debito oggi si parla in tutte le lingue tranne una: quella dei fatti. Si dice quanto valore è stato generato. Non per chi. E l’unico rigo che proverebbe a dirlo — trentasei centesimi ad azione, meno della metà di prima — resta scritto in caratteri troppo piccoli perché qualcuno lo scambi per il titolo che invece è. A Siena, ormai, resta soprattutto il nome. E se il numero è quello dell’azione, nemmeno più il numero.
Spero di sbagliarmi.





