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di Pierluigi Piccini
A Londra, davanti agli investitori riuniti da Bank of America, Luigi Lovaglio ha pronunciato la parola che meglio misura la distanza tra il racconto e i fatti: fiducioso. Si dice fiducioso che Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm con il 29,3 per cento, riconosca nel progetto senese una logica industriale “molto familiare”. È la logica della bancassicurazione, che i francesi praticano da decenni e che con Piazza Meda già condividono nel credito al consumo e nelle polizze. Ma questa fiducia non trova appigli in quanto è accaduto nelle stesse ore.
Lo stesso giorno, sempre a Londra, Clotilde L’Angevin, direttore generale aggiunto del gruppo francese, ha spiegato alla Cnbc che in Banco Bpm nulla può essere fatto senza Crédit Agricole e nulla contro di essa. Ha aggiunto che lo scenario davvero interessante per Parigi è la fusione tra la sua controllata italiana e la banca milanese. Non è una novità. A fine luglio l’amministratore delegato Olivier Gavalda aveva escluso che un’aggregazione con Siena potesse creare valore per gli azionisti di Banco Bpm. Nel contatto diretto con Lovaglio, secondo le ricostruzioni di stampa, l’offerta sarebbe stata giudicata poco interessante, perfino velleitaria. Giuseppe Castagna ha definito industrialmente solida l’ipotesi francese, e intanto torna a circolare il nome di UniCredit come possibile compagno di strada di Parigi.
Il rifiuto ha ragioni che stanno dentro i numeri. Ai soci di Banco Bpm Mps offre 1,567 azioni proprie per ogni titolo, senza alcun premio sui prezzi del 19 agosto, mentre a quelli di Banca Generali riconosce il 10 per cento. Se l’offerta riuscisse, Crédit Agricole scivolerebbe da quasi un terzo del capitale a circa l’11 per cento del nuovo gruppo, cioè esattamente la marginalizzazione che la sua strategia italiana è costruita per evitare. C’è poi un dettaglio che Mps ha dovuto chiarire alla Consob: calcolati sui prezzi precedenti all’annuncio di Intesa Sanpaolo, i concambi sarebbero stati a sconto. L’offerta a Banco Bpm vale qualcosa solo finché resta in piedi quella del concorrente che dovrebbe respingere. È una difesa che si regge sul premio dell’attaccante.
Su che cosa poggia allora la fiducia dell’amministratore delegato? Più che sul consenso, su margini procedurali. Su Banco Bpm la soglia del cinquanta per cento più un’azione è rinunciabile, e Mps potrebbe procedere anche restando sotto. Le due offerte, ripete Lovaglio, camminano separatamente, anche se su Banca Generali l’ultima parola spetta al Leone di Trieste con il suo 50,2 per cento. E l’assemblea del 29 ottobre, nella sua versione, non sarebbe un referendum ma il modo per conservare ai soci più strade possibili.
È qui che si capisce a chi parla davvero quella parola: non a Parigi, ma ai fondi presenti nel capitale di Rocca Salimbeni. Per approvare l’aumento di capitale, lo svincolo dalla passivity rule e la distribuzione dei quattro miliardi servono i due terzi dei presenti, circa il 43 per cento del capitale con una partecipazione stimata al 65 per cento. Il Tesoro non ci sarà, lo ha ribadito Giancarlo Giorgetti. Caltagirone è dato tra i contrari, Delfin resta decisiva e indecifrabile, e per bloccare tutto basterebbe poco più di un quinto dei voti. Agli istituzionali, che pesano intorno al 36 per cento, si chiede di votare sì non per adesione al progetto ma per costringere Intesa a migliorare la propria offerta. I pareri dei proxy advisor, attesi a inizio ottobre, diranno se l’argomento regge.
In finanza la fiducia si compra con il prezzo. Lovaglio ha scelto di non pagarlo ai soci di Banco Bpm e di chiedere ai propri di scommettere sul tempo. È una scelta legittima, ma chiamarla fiducia rovescia l’ordine delle cose: prima viene il consenso di chi ha il potere di dire no, poi vengono le parole. A cinque settimane dal voto, quel consenso non c’è.





