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Una telefonata di un’ora e mezza, il 9 ottobre, e il quadro della guerra in Ucraina è cambiato senza che sul fronte si spostasse un metro. Trump ha annunciato su Truth un accordo con Putin: la Russia fornirà subito 300mila tonnellate di gasolio al mercato americano e mondiale, altre 500mila a novembre, un milione dopo, fino a quasi cinque milioni complessivi. In cambio il Tesoro americano ha sospeso le sanzioni sul diesel russo fino ad aprile 2027. Il calcolo del presidente è trasparente: abbassare il prezzo del carburante a venti giorni dalle elezioni di metà mandato, in un mondo in cui Hormuz è chiuso e il pieno costa più di due euro al litro anche da noi.
Il paradosso è che la Russia aveva bloccato le proprie esportazioni di gasolio perché i droni ucraini avevano colpito le raffinerie, costringendola a razionare il carburante per il consumo interno. Secondo le ricostruzioni americane, l’intesa è arrivata proprio dopo che Zelensky aveva rifiutato di fermare quei raid. In altre parole, Washington ha scelto di premiare chi subiva i colpi e di punire chi li infliggeva. Kiev, informata a cose fatte durante un lungo incontro con la delegazione americana, ha parlato di decisione indegna, avvertendo che Putin ripagherà il diesel con il terrore. Trump ha risposto alzando il tiro: ha detto che il presidente ucraino crea problemi al mondo e che è ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, auspicando nuove elezioni. Fonti europee temono che il passo successivo sia l’interruzione delle forniture di armi.
La tregua energetica che Trump aveva annunciato, lo stop reciproco agli attacchi sulle centrali, non è stata confermata da nessuna delle due parti. Mosca tratta, ma il ministro degli Esteri Lavrov ha fatto sapere che Zelensky non merita alcuna tregua. La guerra continua, e intanto il Cremlino incassa entrate fresche per finanziarla.
L’Europa ha reagito con una compattezza che non era scontata. I ministri degli Esteri riuniti a Lussemburgo hanno condannato la scelta americana, confermato che le sanzioni europee sui prodotti petroliferi russi restano in vigore e preparato nuove misure. Il ragionamento dei baltici è semplice: le sanzioni funzionano quando si inaspriscono, non quando si allentano. Ma dietro la fermezza c’è un’evidenza più dura. Se gli Stati Uniti si sfilano, toccherà all’Unione sostenere Kiev da sola, sul piano finanziario e militare, e la stima che circola a Bruxelles è di almeno due anni di impegno. Il Consiglio europeo di giovedì e venerdì dovrà dire con quali soldi, in un momento in cui i bilanci nazionali sono già stretti tra il caro energia e le spese per la difesa.
C’è infine un aspetto che riguarda l’Italia da vicino. La diplomazia russa scommette apertamente sulle divisioni interne ai Paesi europei, e da noi il sostegno a Kiev è un terreno su cui la maggioranza non è compatta e l’opposizione cerca un difficile compromesso. È su questi spazi che Mosca lavora.
Quello che emerge da questa settimana è la fine di un’illusione: che l’alleanza atlantica fosse un dato di natura e non una scelta politica rinnovata di volta in volta. Trump tratta la guerra come una variabile del prezzo alla pompa. L’Europa, se vuole contare, deve trattarla per quello che è, una questione di sicurezza del continente. Per la prima volta dal dopoguerra lo deve fare senza l’ombrello di Washington, e deve farlo in fretta.





