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12 Ottobre 2026Il mantello del vescovo Guido ritrovato ad Assisi: le reliquie tessili di Francesco e Chiara raccontano il Santo oltre la leggenda
La spoliazione di Francesco davanti al vescovo Guido è una di quelle scene che conosciamo così bene da non vederle più. Il lavoro che Maria Giorgi, conservatrice del corpus di reliquie del Protomonastero delle Clarisse di Assisi, conduce da anni su quei tessuti fa il contrario: riapre la scena e la restituisce alla materia. Le fonti su Francesco sono scritte da altri, filtrate, a volte censurate, come la Vita Prima di Tommaso da Celano messa al bando nel 1266. Le cose, invece, non hanno una versione ufficiale. Un tessuto porta le tracce dell’uso e del corpo che lo ha indossato: è un sigillo di realtà.
Solo Bonaventura racconta che il vescovo, dopo aver coperto Francesco col suo pallio, gli fece dare anche il mantello povero di un servitore, sul quale il giovane tracciò con un pezzo di calce il segno della croce. Due tessuti, non uno. Al Protomonastero si conserva la prima veste di Francesco, l’abito dei due anni di vita eremitica seguiti alla rinuncia: una tunica secolare di lana bianca e nocciola. Sotto le sue cuciture sono emerse fibre di una lana marrone scuro. Per secoli le guide dei pellegrini citarono solo la veste; nel Novecento compare un “Sacro Pallio del Vescovo Guido”, perduto dopo un restauro incompiuto del 1986 e ritrovato nel 2007, durante una disinfestazione, in una scatola e in un rotolo con un cartiglio che ne riportava il nome.
Le analisi al microscopio elettronico hanno confermato che le fibre sotto le cuciture, i frammenti della scatola e quello del rotolo vengono dallo stesso tessuto: saia tessuta a mano, lana fine senza midollo, mordenzata con allume e tinta con noce di galla. Un panno di pregio, un mantello da vescovo. Francesco non poteva portarlo sulle spalle: lo tagliò e lo cucì sulla veste del servitore, con le stesse cuciture rozze che si ritrovano su altri suoi manufatti. Si rivestì, letteralmente, della Chiesa che lo aveva accolto mentre rinunciava al padre terreno, e la forma che ne risulta richiama il Tau, il segno che userà poi come firma e benedizione. Nel Medioevo l’abito non rappresentava l’identità, la costituiva. Spogliarsi davanti a tutti significava restare per un istante senza forma e riceverne un’altra dalle mani di altri.
Il secondo capitolo è quello delle stimmate. Dopo la Verna, nel 1224, Francesco che aveva fatto del camminare scalzo una regola fu costretto a coprirsi i piedi, per il dolore e per nascondere le ferite. Restano una calza di lino con una piccola macchia scura sulla punta del piede, una scarpa di pelle morbida e cuoio che la tradizione attribuisce a Chiara, l’impiastro di erbe su lino che lei preparò per la piaga del costato e un frammento di garza con cui il Santo si detergeva gli occhi malati. Su questi oggetti è partita nel 2026 una campagna senza prelievi: pellicole polimeriche appoggiate sulla superficie catturano proteine che la spettrometria di massa identifica. Si cercano tracce di sangue, di lacrime, di patogeni, forse il nome della malattia agli occhi che tormentò Francesco. I risultati sono ancora in elaborazione. Intanto la calza è stata esposta a Roma il 17 febbraio, a Palazzo Borromeo, nell’anno dell’ottavo centenario del Transito.
L’ultimo capitolo riguarda Chiara. Nell’inverno del 1225 Francesco, quasi cieco, passò più di un mese a San Damiano, dove compose il Cantico delle Creature. Il suo ultimo saio porta trentatré toppe: diciannove sembrano provenire dal mantello di Chiara, a cui mancano proprio ampie porzioni. Le fibre si somigliano e le toppe sono fissate con un punto ordinato, asticelle verticali e un filo che corre all’interno, lo stesso che compare sulla veste di Chiara. Una firma. Modelli tridimensionali permetteranno di ricollocare digitalmente quelle toppe nelle lacune del mantello.
Nessuna pagina racconta quel legame con la stessa evidenza di una stoffa tolta da un corpo e cucita su un altro. La scienza non sostituisce la devozione e non la smentisce: le toglie l’astrazione. Ci restituisce un uomo che cuce male, una donna che cuce bene, un vescovo che si toglie il mantello. E ci ricorda che anche la santità, prima di diventare racconto, è stata fatta di lana, di lino e di mani.





