Il Papa a Metz avverte l’Europa: il riarmo è un’illusione, la pace va costruita
29 Settembre 2026
TERRY CALLIER – ORDINARY JOE
29 Settembre 2026Regeni, dieci anni ai tre agenti egiziani per il sequestro: una verità giudiziaria senza piena giustizia
Quasi quattromila giorni dopo la scomparsa di Giulio Regeni al Cairo, il 25 gennaio 2016, un’aula di tribunale italiana ha pronunciato la prima sentenza sulla sua morte. La Prima Corte d’Assise di Roma, dopo oltre otto ore di camera di consiglio, ha condannato a dieci anni di reclusione tre ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Il generale Tariq Sabir è stato assolto. Il reato riconosciuto è il sequestro di persona pluriaggravato. È invece caduta l’accusa di omicidio.
La distanza tra le richieste e il verdetto è evidente. La procura di Roma aveva chiesto l’ergastolo per Sharif, ritenuto l’autore materiale dell’uccisione, e diciassette anni e mezzo per gli altri tre. Le motivazioni diranno perché i giudici non abbiano ritenuto provato il passaggio dal rapimento alla morte. Si può già intuire, però, quanto abbia pesato un processo celebrato in assenza degli imputati, con prove raccolte contro un apparato statale che per anni ha depistato, fatto sparire documenti e costruito ricostruzioni false. La più grottesca fu quella della banda di criminali uccisa in uno scontro a fuoco, con il passaporto del ricercatore ritrovato come per incanto.
Eppure definire questa sentenza una sconfitta sarebbe un errore. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco l’ha chiamata storica, e lo è: per la prima volta uomini degli apparati di sicurezza di un paese straniero vengono giudicati responsabili, in Italia, per quello che fecero a un cittadino italiano. La famiglia, rappresentata dall’avvocata Alessandra Ballerini, ha detto che la fiducia nella giustizia è stata ben riposta, pur chiarendo di non accontentarsi. I condannati dovranno versare una provvisionale di duecentomila euro ai genitori e centomila alla sorella. Resta il paradosso di una condanna destinata con ogni probabilità a rimanere sulla carta, dato che i tre sono irreperibili e il Cairo non ha mai collaborato.
Qui la vicenda giudiziaria incontra quella politica. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha tenuto a precisare che sono state condannate tre persone e non l’Egitto. Formalmente è vero. Ma quegli uomini non agirono per conto proprio, e la distinzione tra individui e Stato suona come la formula che consente di continuare a fare affari con un regime che ha ostacolato per un decennio ogni ricerca di verità. La richiesta della famiglia di rompere con l’Egitto va in direzione opposta. È difficile che venga accolta, perché energia, migrazioni e forniture militari continuano a pesare più di un dottorando torturato.
Il caso Regeni ha sempre mostrato questa doppia faccia: da un lato la tenacia di una famiglia, di magistrati e di una parte dell’opinione pubblica; dall’altro la ragion di Stato che preferisce archiviare le vicende scomode. La sentenza di Roma non chiude la partita, perché ci saranno appelli e motivazioni da leggere. Ma fissa un punto che nessuno potrà più cancellare: un giovane ricercatore fu rapito da uomini dello Stato egiziano. Il resto è il prezzo che una democrazia decide, o meno, di pagare per restare coerente con sé stessa.





