
Cernobbio, il mercato sovrano e il nome di Siena
5 Settembre 2026
Behind the Gardens, Behind the Wall, Under the Tree…
5 Settembre 2026
C’è un momento in cui una promessa smette di essere un traguardo e comincia a somigliare a un rimpianto. È quello che consegna il rapporto Limiting Overshoot, pubblicato il 2 settembre a Nairobi dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Il documento non annuncia una catastrofe improvvisa: certifica, con la freddezza dei numeri, che la soglia di 1,5 gradi fissata dall’Accordo di Parigi verrà superata nei prossimi anni. Non un anno isolato sopra la linea — quello è già accaduto nel 2024 — ma lo sforamento della media pluridecennale, cioè della tendenza di fondo del pianeta.
Il cambiamento è più profondo di quanto la cifra lasci intendere. Per un decennio l’obiettivo è stato evitare il superamento; ora il compito diventa gestirlo. È uno spostamento di prospettiva che ha il sapore di una resa e, insieme, di un realismo doloroso. Non si tratta più di tenere chiusa una porta, ma di calcolare quanto resteremo nella stanza sbagliata e con quali danni. La soglia di Parigi, ricorda il rapporto, non è un interruttore che separa un clima sicuro da uno catastrofico: è una linea oltre la quale ogni frazione di grado pesa, e pesa su chi ha meno strumenti per difendersi.
I numeri che accompagnano questa conclusione sono tre, e vanno letti insieme. Nello scenario più favorevole il riscaldamento toccherebbe comunque un picco intorno a 1,8 gradi. Con le politiche oggi in vigore, invece, la proiezione mediana sale a circa 2,6 gradi entro la fine del secolo. In mezzo c’è tutto lo spazio delle decisioni che i governi devono ancora prendere. La strada indicata come unica opzione rimasta ha una forma precisa: superamento, picco e successiva discesa. Significa tagli alle emissioni rapidi e profondi, ma anche la rimozione dall’atmosfera di parte dell’anidride carbonica già accumulata. Non basta smettere di aggiungere: bisogna cominciare a sottrarre.
Il rapporto ha cura di definire il proprio statuto, e la precisazione non è secondaria. Non siamo di fronte a un documento negoziale né a un modello inedito, ma a una valutazione della letteratura scientifica esistente: centotrentanove pagine firmate da un comitato di ventiquattro esperti e da decine di autori accademici. La novità non sta nei dati, quasi tutti già noti, ma nell’inquadramento. Per la prima volta l’agenzia delle Nazioni Unite dedica un rapporto specifico alle conseguenze del superamento, come chi finalmente pronuncia ad alta voce ciò che era rimasto implicito. È un gesto di onestà intellettuale che, proprio per questo, ha diviso.
Perché il linguaggio, qui, non è neutro. Parlare di overshoot come di una fase da attraversare rischia di trasformare l’eccezione in normalità, di consegnare ai decisori un alibi elegante: se il superamento è previsto, allora è tollerabile. È la frattura che si è aperta nel mondo scientifico e ambientalista. Le piccole nazioni insulari, le più tenaci nel difendere l’obiettivo di 1,5 gradi, sanno che uno sforamento lungo mette in gioco non un dato astratto ma l’erosione delle coste, l’acqua dolce, la stessa possibilità di continuare ad abitare dove si abita. Per loro la parola “temporaneo” ha un peso diverso.
Sullo sfondo restano i segnali che il documento raccoglie: lo sbiancamento di oltre l’ottanta per cento delle barriere coralline tropicali tra il 2023 e il 2025, la concentrazione di gran parte della perdita di ghiacciai degli ultimi cinquant’anni nel solo decennio appena trascorso. Sono i fatti che tolgono all’astrazione dei gradi la sua innocenza contabile.
Resta la domanda che nessun rapporto può risolvere: chi pagherà i costi dell’adattamento e delle perdite. Perché dietro la geometria rassicurante di picco e discesa c’è una questione di giustizia, e riguarda la distanza tra chi ha prodotto le emissioni e chi ne subisce gli effetti. Il tempo trascorso oltre la soglia non è uguale per tutti. È questa disuguaglianza, più ancora della cifra, a misurare la gravità di ciò che ci attende.





