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23 Settembre 2026Accogliere o respingere ha sempre un prezzo: la lezione delle Supplici di Eschilo su asilo e decisione pubblica
Ci sono testi che sembrano scritti per il presente e che invece hanno venticinque secoli. Le Supplici di Eschilo, rappresentate ad Atene intorno al 463 a.C., raccontano di un gruppo di donne che attraversa il mare per chiedere asilo a una città straniera, di un re che non sa cosa fare e di un popolo chiamato a decidere al suo posto. Nessuno ne esce innocente, ed è proprio questo che il dibattito contemporaneo sull’accoglienza sembra aver smarrito: l’idea che ogni scelta, in un senso o nell’altro, abbia un costo, e che una comunità si riconosca nel modo in cui decide di pagarlo.
Le cinquanta figlie di Danao fuggono dall’Egitto per sottrarsi alle nozze imposte dai cugini, sbarcano ad Argo e si stringono agli altari con i rami avvolti di lana che nel mondo greco segnavano chi supplicava. Hanno l’aspetto di barbare, vesti orientali, pelle scurita dal sole, una lingua che il re Pelasgo fatica a riconoscere, eppure rivendicano un’origine argiva. Discendono da Io, la sacerdotessa amata da Zeus e perseguitata da Hera, che vagò per il mondo fino all’Egitto: il loro arrivo è dunque un ritorno, e Pelasgo, dopo averle interrogate sulla genealogia, deve ammettere che la pretesa è fondata. Eschilo mette così al centro della scena un’intuizione che vale la pena trattenere, cioè che lo straniero non è mai del tutto altro, che la linea tra chi appartiene e chi arriva è fatta di partenze e ritorni dimenticati, e che una città, respingendo, rischia di respingere la propria origine. Chi oggi discute di confini potrebbe ricordare quante famiglie italiane hanno parenti sparsi per il mondo e quante città europee sono nate dall’incontro di popoli che un tempo si consideravano estranei.
Ma le Danaidi non sono vittime docili. Quando il re esita smettono di implorare e minacciano di impiccarsi alle statue degli dèi con le loro cinture, trasformando il santuario in un luogo di morte e Argo in una città contaminata. Eschilo non addolcisce i suoi personaggi e proprio per questo coglie qualcosa di essenziale: chi non ha armi, diritti riconosciuti o una patria che lo difenda dispone di una sola forza, il proprio corpo e la propria vita messi davanti alla coscienza di chi decide. È una forza che mette a disagio perché costringe a scegliere, e non a caso in molte culture, dal deserto arabo alle montagne afghane, l’ospitalità sacra è nata come limite imposto al più forte, per cui chi afferra la corda della tenda o si presenta chiedendo rifugio va protetto anche se è un nemico, anche se costa. L’accoglienza, in origine, non è un sentimento ma un obbligo che una società si dà per non ridursi al semplice regno della forza.
È su questo obbligo che si spezza Pelasgo, vero protagonista tragico dell’opera. Il suo dilemma è posto con una chiarezza che la politica di oggi raramente osa: se accoglie le supplici, gli Egizi porteranno la guerra e i cittadini di Argo moriranno per donne che non conoscono; se le respinge, offende gli dèi e tradisce ciò che la città crede di essere. Non esiste una via senza colpa, e il re dice di aver bisogno di un pensiero che scenda nel profondo come un tuffatore nell’abisso. La soluzione che trova è il passaggio più sorprendente della tragedia, perché Pelasgo rinuncia a decidere da solo e afferma che una scelta capace di esporre l’intera comunità deve essere presa dall’intera comunità. Convoca l’assemblea, parla al popolo, e il popolo vota all’unanimità per l’accoglienza, in quella che è la prima rappresentazione teatrale di una decisione collettiva come fondamento della legittimità politica, con un’espressione che accosta il popolo al potere e sembra anticipare la parola democrazia. Il gesto ha un doppio significato, rispetto verso cittadini che non devono essere trascinati in guerra da una volontà privata e insieme condivisione di un peso che nessuno potrebbe portare da solo: se la colpa è inevitabile, che sia di tutti. La democrazia nasce qui non come il luogo in cui si evitano le scelte difficili, ma come il modo in cui una comunità se le assume a occhi aperti.
La decisione viene messa alla prova quasi subito, quando l’araldo egizio arriva con i suoi uomini e tenta di trascinare via le fanciulle con la violenza, minacciando di strapparle per i capelli e disprezzando gli dèi di Argo. Pelasgo lo affronta e lo scaccia, e la città mantiene la parola. È forse l’insegnamento più scomodo per il nostro tempo, perché decidere di accogliere è la parte facile e la parte difficile viene dopo, quando la scelta comincia a costare, quando le pressioni esterne crescono, quando i numeri diventano argomento di campagna elettorale e gli accordi con i paesi di transito prendono il posto delle responsabilità dirette. Una comunità si misura sulla capacità di restare fedele a ciò che ha deciso proprio quando la forza bussa alla porta.
Eschilo, del resto, non chiude tutto, e lascia aperta la ragione stessa della fuga. Le Danaidi rifiutano le nozze per la violenza con cui i cugini le pretendono, per un legame di sangue troppo stretto o perché rifiutano il matrimonio in quanto sottomissione? Il testo tiene insieme le tre possibilità, e nel finale una seconda voce ricorda alle fanciulle il potere di Afrodite e la necessità dell’amore, chiudendo su una tensione che non si scioglie. Sappiamo dal mito come proseguiva la trilogia, di cui restano solo frammenti: costrette alle nozze, le Danaidi uccideranno gli sposi nella prima notte per ordine del padre, e solo Ipermestra risparmierà il suo. Seguirà un processo, e in un frammento superstite Afrodite parla dell’amore come forza che regge il mondo, il cielo che desidera la terra e la pioggia che la rende feconda. Come nell’Orestea, la violenza doveva sfociare in un ordine nuovo fondato sul diritto e sul riconoscimento del desiderio, non sul dominio, e le Supplici ne sono soltanto il primo movimento, quello in cui una città accetta il rischio dell’accoglienza senza sapere dove la porterà.
Letta oggi, la tragedia smonta due illusioni speculari che dominano la discussione pubblica sull’immigrazione. La prima è che accogliere sia un gesto senza costi, un atto di bontà che non chiede nulla, mentre Pelasgo sa bene che la sua città pagherà e lo dice apertamente. La seconda è che respingere significhi proteggersi, quando il rifiuto ha un prezzo diverso, meno visibile ma più profondo, perché intacca l’idea che una comunità ha di se stessa e la trasforma lentamente in qualcosa che non avrebbe voluto essere. Tra questi due rischi Eschilo non offre una ricetta ma un metodo di sorprendente attualità: guardare in faccia il prezzo di ogni scelta, non scaricarlo su un solo uomo né su procedure tecniche, deciderlo insieme e poi mantenere la parola data quando arriva la prova. È una lezione che riguarda Bruxelles e Roma, ma anche il più piccolo dei consigli comunali, perché ogni volta che una comunità deve stabilire chi far entrare e a quali condizioni sta scrivendo la propria versione di quell’antica tragedia. Resta da capire se avrà il coraggio di Pelasgo o si limiterà a sperare che le supplici, prima o poi, se ne vadano da sole.
N.B. Per i Greci la supplica (hikesia) era un rito preciso: chi era in pericolo si poneva presso un altare con rami avvolti di lana, oppure toccava le ginocchia o il mento di chi poteva salvarlo, e così passava sotto la protezione di Zeus Hikesios. Respingerlo o usargli violenza era un’empietà che contaminava l’intera comunità.





