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23 Settembre 2026Centrali segrete, acqua prosciugata, 300 megawatt: le accuse al convegno di Piancastagnaio non reggono alla verifica
Di Pierluigi Piccini
Cinzia Mammolotti ha scritto un duro attacco al convegno del 19 settembre sulla geotermia. La sua tesi è che l’Amiata sia già stata venduta: nuove centrali decise in segreto, l’acqua prosciugata, un data center imposto dall’alto, sindaci convinti con il miraggio dei soldi, cittadini esclusi. È un racconto costruito su numeri, atti e accuse precise, e proprio per questo si può controllare. L’ho fatto punto per punto, e il disegno che descrive non trova riscontro nei fatti.
Si comincia dal titolo del convegno, accusato di tradire il principio secondo cui la terra la prendiamo in prestito dai nostri figli. Il titolo diceva l’opposto: l’Amiata non deve essere soltanto terra da prestare in cambio di compensazioni, ma luogo dove scrivere il futuro. Era un rifiuto della logica dello sfruttamento, cioè di ciò che l’autrice dice di combattere.
Il cuore dell’accusa sono le centrali. L’articolo ne annuncia due nuove, più altri 140 MW, “in pratica ulteriori 6 centrali”, la cui ubicazione sarebbe ignota perché gli atti sarebbero secretati. Le due centrali sono pubbliche da febbraio 2025: Bagnore 5 a Santa Fiora e PC6 a Piancastagnaio. Sui 140 MW, invece, la delibera regionale si limita a impegnare la Regione ad aprire un confronto con i Comuni e con il territorio su possibili sviluppi futuri. Quei megawatt non sono assegnati a nessun luogo e non corrispondono a nessun progetto: nessuno ne conosce l’ubicazione perché non c’è ancora nulla da collocare. E non esiste alcun atto segreto, perché la delibera è pubblica e chiunque può leggerla. Da qui deriva anche il conto dei 300 MW, ottenuto sommando la potenza attuale, quella programmata e quei 140 MW ipotetici, come se fossero tutti sull’Amiata e tutti già decisi. Non sono né l’una né l’altra cosa.
Altrettanto infondata è l’idea che tutto sia già deciso. Il rinnovo delle concessioni a Enel attende ancora la sentenza del TAR sui ricorsi degli ambientalisti e dei comitati. Nel frattempo la Regione ha approvato regole di controllo che obbligano il concessionario a rendere conto degli investimenti e delle emissioni, con sanzioni che arrivano fino alla revoca della concessione. Un processo con ricorsi aperti, verifiche scritte e sanzioni di questo tipo è l’opposto di un piano deciso nel silenzio. Quanto ai cittadini, che secondo l’autrice non avrebbero avuto voce, il convegno era un incontro pubblico, aperto a tutti, in una sala piena. Soprattutto, non era un punto d’arrivo: il Comune lo ha presentato come il primo passaggio del percorso che porta al distretto produttivo, e un percorso di questo tipo non si costruisce senza chi vive qui.
C’è però un punto in cui l’articolo cita un dato vero. Nel 2015 il piano energetico regionale indicava 100 MW come punto di equilibrio per l’Amiata, valutato con le tecnologie di allora, e oggi la potenza installata è di 121 MW. La questione è legittima e merita una risposta seria. Nessuna nuova centrale può nascere senza la valutazione di impatto ambientale, che verifica impianto per impianto ciò che il territorio può sostenere. Accanto a queste verifiche serve una valutazione complessiva, aggiornata e pubblica, sulla capacità dell’Amiata. È la risposta giusta a una domanda giusta; inventare centrali segrete non lo è.
L’accusa più grave riguarda l’acqua: la geotermia starebbe prosciugando l’acquifero che disseta la Toscana meridionale. Per valutarla bisogna partire dalla geologia. Le sorgenti dell’acquedotto si trovano in gran parte tra i 600 e i 1.170 metri di quota e sono alimentate dalla pioggia che filtra nelle rocce vulcaniche. Sotto quelle rocce si stende uno spesso strato di rocce argillose a bassissima permeabilità. Le centrali pescano più in basso, in due serbatoi che si trovano entrambi sotto questo strato: il primo a qualche centinaio di metri di profondità, il secondo fino a 3.500 metri. A separare l’acqua che beviamo da quella delle centrali non è quindi la profondità, ma questa barriera, che ostacola sia la risalita dei fluidi geotermici sia la discesa dell’acqua della falda.
Si potrebbe obiettare che anche l’acqua delle centrali, in origine, viene dalla pioggia, e che dunque si tratterebbe della stessa acqua. Secondo gli studi non è così. La pioggia che cade sul cono vulcanico filtra nelle rocce, incontra lo strato argilloso, si ferma e riemerge dalle sorgenti: è l’acqua che beviamo. La pioggia che raggiunge le profondità cade invece in zone dove quello strato manca, come l’area di Bagni San Filippo, e lì può scendere liberamente verso i circuiti profondi. È pioggia anch’essa, ma cade in un altro luogo e segue un’altra strada, e le verifiche non hanno trovato punti in cui le due acque si incontrino.
Anni fa uno studio aveva ipotizzato un collegamento tra le due falde. La Regione lo ha fatto verificare dalle Università di Siena e di Firenze, che non lo hanno trovato: l’acqua delle sorgenti ha la composizione della pioggia filtrata nelle rocce vulcaniche e non porta alcun segno dei fluidi geotermici. L’articolo presenta come certo ciò che le verifiche non hanno confermato.
Il calo delle sorgenti negli ultimi anni ha invece una causa documentata, il clima. Nel 2022, anno di grande siccità, l’Acquedotto del Fiora registrava un calo continuo delle portate amiatine. Nel 2026, dopo un anno di piogge normali, lo stesso gestore certifica che la falda è in linea con i valori attesi e che le sorgenti sono stabili o in ripresa. In quegli anni le centrali non si sono mai fermate: le sorgenti hanno seguito la pioggia, non la geotermia. A questo si aggiunge la scomparsa della neve, che sciogliendosi lentamente ricaricava la falda meglio di qualunque temporale. Resta la tendenza di lungo periodo, il calo delle portate che i comitati denunciano da decenni. Una questione di questa portata non si risolve con un’accusa né con un’assoluzione, ma con il bilancio idrico completo dell’acquifero, atteso da troppi anni e da pretendere, con dati pubblici su piogge, portate e prelievi. Attribuire tutto alla geotermia prima di averli significa distogliere l’attenzione dalla minaccia più evidente, la crisi climatica.
Veniamo al data center. L’autrice attribuisce al presidente di Leonardo l’affermazione che sull’Amiata ci sarebbe tutto per realizzarne uno, e ne ricava un’operazione decisa da poteri esterni. Leonardo, però, non è coinvolta in nessun data center sull’Amiata: la sua visione riguarda le infrastrutture strategiche del Paese. Rispondendo a una domanda sull’innovazione, Francesco Macrì ha indicato nel data center l’infrastruttura più coerente con un distretto alimentato da energia geotermica. È un’indicazione che il Comune condivide, perché si inserisce nel distretto produttivo che stiamo costruendo.
Il motivo è semplice. Un centro di calcolo ha bisogno di energia continua, giorno e notte, che il sole e il vento non possono garantire e la geotermia sì. Oggi l’energia prodotta sull’Amiata entra nella rete nazionale e genera valore altrove. Perché lo generi qui servono strumenti concreti, ed è su questi che il distretto lavora: contratti di fornitura diretta, tariffe agevolate per le imprese che si insediano, comunità energetiche. È la stessa logica del teleriscaldamento, fare in modo che la ricchezza prodotta dalla terra resti sul territorio. Né un data center comporta automaticamente nuove centrali geotermiche. Ammesso che serva energia in più, cosa tutta da dimostrare, potrebbe arrivare da altre fonti rinnovabili, dagli accumuli e dalla rete, in un sistema integrato in cui la geotermia garantisce la base continua. Il nesso tra data center e moltiplicazione delle centrali, su cui l’articolo costruisce buona parte del suo allarme, non esiste.
Proprio perché se ne discute apertamente, le condizioni si possono fissare in anticipo: raffreddamento senza prelievi dalla falda, possibile perché il calore geotermico può alimentare macchine che producono freddo; recupero del calore prodotto, da restituire a case, serre e aziende; nessuno sviluppo al di fuori delle procedure pubbliche di valutazione. Il Comune ha gli strumenti per imporle: il piano urbanistico, che stabilisce dove e come si insedia un’attività, e il distretto, che ne definisce le regole. Il data center non è una minaccia già in marcia, ma una possibilità da governare.
Del resto è la stessa autrice a riconoscere, senza accorgersene, il valore della risorsa, quando scrive che le cinque centrali esistenti basterebbero a scaldare case e aziende con il teleriscaldamento. Se il calore geotermico è prezioso per chi vive qui, la discussione non è tra devastazione e salvezza, ma su come usarlo, quanto svilupparlo e a quali condizioni. È la discussione che il convegno ha aperto e che l’articolo rifiuta.
C’è poi ciò che l’articolo tace. A Piancastagnaio il teleriscaldamento geotermico ha sostituito soprattutto vecchie caldaie a gasolio e GPL: la relazione finale asseverata certifica 1.537 tonnellate di petrolio risparmiate ogni anno e circa 4.000 tonnellate di anidride carbonica non più prodotte. È inquinamento eliminato alla radice, misurato e controllato. E il sottosuolo del vulcano, che contiene anidride carbonica da sempre, sta per diventare a sua volta una risorsa. È prossimo all’apertura l’impianto di Nippon Gases, realizzato in accordo con Enel Green Power, che recupererà la CO₂ contenuta nei fluidi geotermici e la purificherà per l’industria alimentare e farmaceutica. L’azienda stima un volume pari a circa il 30% del fabbisogno italiano di CO₂ pura, con oltre venti posti di lavoro. Negli anni scorsi, quando il caro gas fermò gli impianti industriali da cui si ricava gran parte dell’anidride carbonica, l’industria alimentare europea rimase a corto di CO₂. Una fonte stabile e nazionale, legata al calore della terra e non al prezzo del gas, è un valore per il Paese e un’attività che resta qui. Resta da capire perché un paese che ha smesso di bruciare petrolio per scaldarsi, e che trasforma una componente naturale del proprio sottosuolo in lavoro e in prodotto, dovrebbe essere un modello da combattere anziché da imitare.
Su salute, emissioni e subsidenza l’articolo non va oltre le parole inquinamento, rischi, aggressione. Sono temi seri: le indagini epidemiologiche condotte nei Comuni geotermici hanno segnalato criticità che non vanno minimizzate. Per questo servono monitoraggi permanenti, pubblici e comprensibili, non slogan. Il nuovo sistema di controllo regionale obbliga il concessionario a rendere conto delle emissioni e prevede sanzioni fino alla revoca; il Comune ha il dovere di vigilare perché quelle regole siano applicate fino in fondo, e intende farlo. La salute si difende con i dati, non con la paura.
Non reggono neppure gli attacchi alle persone. Francesco Macrì sedeva al tavolo anche come presidente di Estra, un’azienda a controllo pubblico dei territori toscani, e liquidarlo come “chi fa plusvalenze con le armi” serve soltanto a non discutere ciò che ha detto. Scrivere che i sindaci sarebbero stati “lavorati” con il miraggio di soldi, potere e gratificazione offende gli amministratori eletti e i cittadini che li hanno votati; i 400 milioni destinati ai territori sono legati a progetti precisi e sottoposti a controllo. Quanto all’idea che la geotermia si possa ormai fare ovunque, le nuove tecnologie sono promettenti ma ancora agli inizi, costose e con rese lontane da quelle dei campi naturali. La geotermia resta, oggi e per molti anni, dove la natura la rende possibile, e l’Amiata è uno di quei luoghi. La domanda vera, allora, non è se usarla, ma chi ne trarrà beneficio.
L’articolo racconta un territorio che subisce: la gallina dalle uova d’oro, il saccheggio, le rovine. Per reggere questo racconto deve trasformare un confronto ancora da aprire in centrali decise in segreto, sbagliare il conto dei megawatt, presentare come minaccia imminente un’infrastruttura ancora da definire e dare per provato un danno all’acqua che le verifiche non hanno confermato. Noi lavoriamo nella direzione opposta. Vogliamo che la geotermia smetta di essere una risorsa che si porta via, con i danni che restano qui e i guadagni che vanno altrove, e diventi una ricchezza che il territorio trattiene: lavoro, imprese locali, calore per le case e meno combustibili fossili bruciati, sotto il controllo pubblico del Comune. Si può non condividere questa strada. Ma per criticarla bisogna partire dai fatti, e quelli dell’articolo, verificati uno per uno, non reggono.





