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13 Ottobre 2026Prodi, Bersani e cinquecento firme contro il Melonellum: la legge elettorale finisce davanti ai giudici
Il 26 ottobre, lo stesso giorno in cui la nuova legge elettorale entrerà in vigore, novantanove avvocati depositeranno una trentina di ricorsi in tutte le Corti d’appello d’Italia. L’obiettivo è portare il cosiddetto Melonellum davanti alla Corte costituzionale prima che si voti. L’iniziativa è della Rete per un voto libero e uguale, guidata dall’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria, e raccoglie già cinquecento firmatari: tra loro Romano Prodi, Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Rosy Bindi, Fausto Bertinotti, Rino Formica, Anna Finocchiaro, intellettuali come Massimo Cacciari e Luciano Canfora, scrittori, attori, giornalisti.
I vizi contestati sono sei, e li ha illustrati il costituzionalista Enrico Grosso, che a marzo aveva guidato il comitato del No al referendum costituzionale. Il primo è l’entità del premio di maggioranza, che l’ex presidente della Consulta Gaetano Silvestri ha definito abnorme. Il secondo è l’obbligo di indicare il candidato premier, che secondo i ricorrenti introduce di fatto il premierato senza passare per una riforma della Costituzione. Poi il mancato rispetto della parità di genere, l’impossibilità per l’elettore di sapere quale effetto avrà il suo voto sul parlamentare che verrà eletto, il premio assegnato su base nazionale anche al Senato, che la Costituzione vuole eletto su base regionale, e infine il numero elevato di firme richiesto ai partiti che non sono già in Parlamento, una barriera d’ingresso che penalizza le forze nuove.
La strada scelta non è nuova. È la stessa che ha portato la Corte a demolire il Porcellum nel 2014 e l’Italicum nel 2017: un cittadino elettore lamenta davanti al giudice ordinario la lesione del proprio diritto di voto, il giudice ritiene la questione fondata e la rimette alla Consulta. I promotori contano su un’udienza a metà gennaio e su una sentenza entro la primavera, prima dell’estate. Il punto debole è il calendario. Circolano con insistenza voci di elezioni anticipate a fine maggio 2027, e in quel caso la Corte rischierebbe di non pronunciarsi in tempo. Si voterebbe con una legge sospettata di incostituzionalità, e un eventuale giudizio negativo arriverebbe a Parlamento già eletto, delegittimandolo senza poterlo sciogliere.
Il senso politico dell’iniziativa va oltre il diritto. Che i padri del centrosinistra degli ultimi trent’anni firmino insieme un ricorso dice molto della percezione di una soglia superata. Le leggi elettorali sono sempre state scritte dalle maggioranze a proprio vantaggio, e il centrosinistra non fa eccezione. Ma qui la contestazione riguarda qualcosa di più profondo: la trasformazione silenziosa della forma di governo, con un premio che consegnerebbe a una minoranza di voti la maggioranza assoluta dei seggi e un premier indicato sulla scheda che svuoterebbe il ruolo del Presidente della Repubblica.
La Corte non è chiamata a giudicare la politica, ma il rapporto tra voto e rappresentanza. Ha già detto in passato che la governabilità è un fine legittimo, ma non può schiacciare l’eguaglianza del voto. Se quel principio vale ancora, il Melonellum dovrà superare un esame severo. Il paradosso è che a deciderne la sorte potrebbe essere non la sentenza, ma la data delle elezioni.





