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13 Ottobre 2026Monte dei Paschi va alla conta il 29 ottobre: Lovaglio non arretra, ma i grandi soci stanno con Intesa
Nessuna contromossa a sorpresa, nessun rinvio. Il consiglio di amministrazione straordinario del Monte dei Paschi, riunito lunedì sera a Siena, ha confermato l’assemblea del 29 ottobre e l’intero piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Lo ha fatto sapendo che la partita, con ogni probabilità, è già persa. È una scelta che merita di essere capita, perché dice molto più di una semplice ostinazione.
Il quadro è noto. Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio sul Monte che vale oltre trenta miliardi e il 3 ottobre l’ha ritoccata, aggiungendo 25 centesimi nella parte in contanti. Ma il rilancio è condizionato: vale solo se i soci di Siena bocceranno per intero la strategia difensiva di Lovaglio. Quella strategia è un’architettura ambiziosa, che prevede la fusione per incorporazione di Mediobanca, la scissione di alcune attività tra cui Mediobanca Premier e Widiba, due offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali e un dividendo straordinario da quattro miliardi. Per passare servono i due terzi dei voti espressi in assemblea.
I numeri non ci sono. Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, con oltre il 17 per cento, il gruppo Caltagirone, con circa il 13,5, ed Edizione dei Benetton, con l’1,45, hanno annunciato il voto contrario o la volontà di aderire all’offerta di Intesa. Insieme superano il 32 per cento del capitale, che in un’assemblea con l’affluenza consueta vale circa la metà dei voti. Caltagirone ha formalizzato il no su tutti e cinque i punti della parte straordinaria. Nel frattempo Crédit Agricole ha respinto l’offerta di Mps su Banco Bpm, togliendo un altro pilastro al progetto.
Perché allora andare alla conta? Il consiglio presieduto da Cesare Bisoni ha messo nero su bianco due obiezioni. La prima riguarda il prezzo: il premio offerto da Intesa, pari al 15,3 per cento, resta lontano dal 30 per cento mediamente riconosciuto nelle offerte bancarie volontarie comparabili. La seconda riguarda gli impegni: le promesse di Intesa su investimenti e occupazione non sarebbero quantificate. Lovaglio aveva già spiegato che l’assemblea non sarebbe stata un referendum definitivo, ma uno strumento per tenere viva un’alternativa e quindi una pressione competitiva sul prezzo. E aveva messo in guardia dal rischio di uno spezzatino, riassumendolo con una formula efficace: la corona può diventare più grande, ma il regno più piccolo.
È qui che la vicenda smette di essere soltanto finanza. Il mercato ragiona in termini di premio e di sinergie, e da quel punto di vista l’esito appare segnato. Ma per Siena la domanda è un’altra: che cosa resterà del Monte, della sua direzione, del suo legame con il territorio, dentro il primo gruppo bancario del Paese? Impegni non quantificati sono impegni che non si possono verificare. E un territorio che ha già perso la sua fondazione come motore dello sviluppo non può permettersi di affidarsi a promesse generiche.
Prima del voto arriveranno le indicazioni dei consulenti Iss e Glass Lewis, decisive per orientare i fondi internazionali, e il 20 ottobre la data di registrazione fisserà chi potrà votare. Il 29 ottobre, salvo sorprese, il piano Lovaglio sarà bocciato e la strada per Intesa si aprirà. Ma una sconfitta dichiarata, con le ragioni messe agli atti, non è la stessa cosa di una resa silenziosa. Resta scritto che il prezzo era basso e che gli impegni non erano misurabili. Su questo Siena potrà chiedere conto, dopo.





