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16 Ottobre 2026Caro gasolio e distributori a secco: il Sud rischia la paralisi, il governo convoca i camionisti il 27 ottobre
A Cosenza la maggior parte delle stazioni di servizio non ha più benzina né gasolio. Le poche ancora rifornite vengono prese d’assalto, le code bloccano la circolazione, e lo stesso accade a Catanzaro, a Lamezia Terme, nel Foggiano. In Puglia e in Calabria camionisti e agricoltori presidiano caselli e svincoli, in Sicilia gli autotrasportatori hanno fermato i mezzi dal 16 ottobre. Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, ha lanciato un avvertimento che suona come un ultimatum: senza una convocazione immediata delle associazioni, si valuterà il fermo nazionale e il Paese si bloccherà. Il ministero dei Trasporti ha fissato l’incontro per il 27 ottobre. Per molti, è troppo tardi.
Il dato più inquietante è un altro, e lo ha sottolineato lo stesso Russo: queste proteste non sono state proclamate dalle associazioni di categoria. Nascono spontaneamente, fuori da ogni regia, dalla disperazione di piccoli imprenditori che lavorano in perdita. In Sicilia il gasolio ha toccato i 2,40 euro al litro e il comitato degli autotrasportatori stima perdite tra i settecento e i novecento euro al giorno per ogni camion. Il carburante pesa per circa il quaranta per cento dei costi di un’impresa di trasporto. Quando quel costo esplode, chi non ha margini chiude.
La crisi ha radici lontane. Dalla primavera la guerra con l’Iran e l’instabilità nello Stretto di Hormuz hanno spinto in alto i prezzi dei prodotti petroliferi. A maggio un primo fermo nazionale era stato sospeso in extremis grazie a un accordo con il governo, che prevedeva un credito d’imposta da circa trecento milioni e tempi più rapidi per i rimborsi. Ma secondo le associazioni quelle risorse non sono ancora arrivate alle imprese, e lo sconto sulle accise è stato ridotto. Al Sud, poi, si è aggiunto un problema logistico: le proteste dei lavoratori dell’ex Ilva davanti alla raffineria Eni di Taranto, uno dei punti di approvvigionamento del Mezzogiorno, hanno rallentato le consegne. Una vertenza industriale irrisolta si è sommata a una crisi energetica irrisolta, e il risultato sono i distributori vuoti.
È qui che la questione smette di essere settoriale. Il trasporto su gomma conta centomila imprese e mezzo milione di lavoratori, e regge la quasi totalità delle merci che arrivano sugli scaffali. Cinque giorni di camion fermi significano prodotti deperibili persi, fabbriche senza materie prime, cantieri bloccati. Mentre a Bruxelles il Consiglio europeo si divide tra i Paesi che accelerano la decarbonizzazione e quelli che non riescono a svincolarsi dal fossile, e il governo italiano si schiera con il gruppo di Visegrad contro il sistema di scambio delle emissioni, il Mezzogiorno mostra la faccia concreta della dipendenza energetica: quella di chi resta a secco.
La risposta non può limitarsi a un nuovo tavolo né a un altro credito d’imposta. Serve una politica che tenga insieme l’emergenza e la prospettiva: sostegni rapidi a chi rischia di chiudere, ma anche investimenti seri nel trasporto ferroviario e marittimo delle merci, nella diversificazione delle fonti, nella sicurezza delle infrastrutture del Sud. Altrimenti ogni crisi internazionale continuerà a scaricarsi sulle stesse spalle, quelle dei più piccoli e dei più lontani dal centro.





