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15 Ottobre 2026Piancastagnaio, i caduti della Seconda guerra mondiale tornano persone: il libro di Giuseppe Sani e la mostra alla Rocca tra pietà per i morti e giudizio sulla storia
di Pierluigi Piccini
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra ricordare e conoscere. Un nome inciso sulla pietra custodisce una presenza, ma non racconta ancora una vita: non dice chi era quella persona, da quale casa era partita, cosa aveva scritto ai suoi, come e dove la guerra l’aveva raggiunta. Il percorso che giovedì 15 ottobre arriva alla presentazione del libro di Giuseppe Sani, I nomi e le macerie, edito da Effigi, e all’inaugurazione della mostra nei locali delle ex carceri della Rocca Aldobrandesca, nasce da questa esigenza: fare in modo che ogni nome torni a essere una persona.
Il primo passo era stato compiuto ad aprile, con l’installazione sul Monumento ai Caduti di due nuove lastre su cui sono stati incisi 52 nomi di concittadini morti durante la Seconda guerra mondiale. Ma un nome aggiunto su una lastra è ancora un segno, non una storia. Il libro e la mostra sono il secondo movimento, quello che prova a trasformare l’elenco in racconto.
Il lavoro di Sani parte dall’Archivio comunale e da numerosi documenti originali: lettere, attestazioni, comunicazioni, testimonianze che hanno permesso di ricostruire le vicende personali dei pianesi coinvolti nella guerra. È una fonte preziosa, e va letta per quello che è. Le carte comunali di quegli anni sono state scritte da un’amministrazione che fino al 1943 era l’amministrazione del regime, con il suo linguaggio, le sue formule, la sua retorica. Non sono un vetro trasparente sul passato: sono la voce dello Stato di allora. Il valore della ricerca sta proprio nel leggerle contro il loro tono, nel cercare sotto il timbro e la formula d’ufficio la persona, la famiglia, l’attesa, la notizia che arriva o che non arriva più.
La mostra porta queste carte davanti agli occhi di tutti. Come ho spiegato presentandola, i pannelli sono stati realizzati utilizzando, nella quasi totalità dei casi, documenti provenienti dall’Archivio comunale, riprodotti, scannerizzati e ingranditi, perché chi entra possa conoscere più da vicino le persone che si trovano dietro quei nomi. L’abbiamo pensata come un percorso da leggere e approfondire, non da attraversare in fretta. So bene che una mostra di documenti non è mai neutrale: scegliere quali carte esporre, in quale ordine, accanto a quali altre, è già un racconto. Ed è giusto che lo sia, purché lo dichiari. Qui il racconto ha una direzione chiara, la stessa che ho cercato di indicare nella prefazione al volume di Sani: rimettere al centro le vite, non la retorica che le ha accompagnate alla morte.
Dietro quei nomi non c’è una sola storia, ma molte, e diverse tra loro. Ci sono le lettere inviate alle famiglie, le vicende di guerra e quelle di prigionia, e c’è la storia di un partigiano di Piancastagnaio che combatté in Emilia, rimasta a lungo nell’ombra. Questa varietà è il cuore della questione. Molti dei caduti di una comunità come la nostra furono giovani chiamati alle armi e mandati a combattere la guerra voluta dal fascismo, una guerra di aggressione che li ha portati lontano da casa e spesso non li ha restituiti. Altri, dopo l’8 settembre, conobbero la prigionia. Altri ancora scelsero, e la scelta della Resistenza fu una scelta di campo. Mettere tutti nella stessa colonna sarebbe un errore, ma lo sarebbe altrettanto dividerli in due schiere contrapposte come se la guerra fosse stata dall’inizio alla fine una sola guerra civile.
È qui che va letta la frase con cui Sani guarda avanti. «Si è levato il velo su delle storie dolorose e delle ferite che dopo 80 anni una comunità deve rimarginare», dice. «Il prossimo passo, il più difficile, sarà la pacificazione tra chi ha combattuto su due fronti opposti tenendo ben presente che ci vuole rispetto di fronte alla morte ma le vittime non possono essere uguali davanti alla storia». La pietà per i morti è dovuta a tutti, ma la pietà appartiene al lutto, non al giudizio. E il giudizio sulla storia non cambia: il fascismo ha trascinato il Paese in una guerra di aggressione, si è alleato con il nazismo, ha condiviso le sue persecuzioni; la Resistenza ha combattuto per liberare l’Italia e su quella lotta è nata la Repubblica. Questo resta fermo, e nessuna pacificazione può metterlo in discussione. Proprio perché resta fermo, però, si può distinguere: tra il regime e i ragazzi che indossarono la divisa senza averla scelta, tra chi fu responsabile e chi ne pagò il prezzo, tra le due parti della guerra civile, che non si equiparano. Se una pacificazione è possibile, riguarda le famiglie e le generazioni di oggi, il modo in cui una comunità si guarda e si parla. Non le ragioni di allora, che restano diverse.
In un paese la guerra non è un capitolo astratto di storia nazionale: è il nonno di qualcuno, lo zio di un altro, una famiglia che abita ancora la stessa strada. Per questo il lavoro sui documenti chiede insieme rigore e misura. Rigore, perché i fatti vanno fissati e sottratti alle versioni di comodo. Misura, perché si sta toccando la storia di persone i cui discendenti vivono accanto a noi.
La memoria non è soltanto conservazione del passato, ma uno strumento attraverso il quale una comunità può riconoscersi e comprendere meglio la propria storia. Restituire un nome e una storia a chi era stato dimenticato non serve a celebrare, ma a sapere. E sapere significa guardare ciascuno di quei morti per quello che è stato: una persona dentro una storia più grande di lei, che a volte ha scelto e più spesso ha subito. Il giudizio su quella storia è chiaro. La pietà per chi ci è rimasto dentro può esserlo altrettanto, senza che l’una cancelli l’altro.
La mostra sarà inaugurata giovedì 15 ottobre nei locali delle ex carceri della Rocca Aldobrandesca di Piancastagnaio, insieme alla presentazione del volume di Giuseppe Sani I nomi e le macerie (Edizioni Effigi).





