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15 Ottobre 2026Anche Glass Lewis boccia le Ops di Lovaglio su Bpm e Banca Generali: il Monte perde la battaglia del consenso
Dopo Iss, anche Glass Lewis. Il secondo grande consulente di voto internazionale ha sconsigliato agli azionisti del Monte dei Paschi di approvare le offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, il cuore della contromossa con cui Luigi Lovaglio ha risposto all’offensiva di Intesa Sanpaolo. I proxy advisor non comprano azioni, ma orientano il voto dei fondi istituzionali che si affidano al loro giudizio. Quando due di loro dicono la stessa cosa, la partita del consenso è quasi decisa.
Il ragionamento è lineare. Le due operazioni aumenterebbero portata e complessità della trasformazione del Monte mentre la fusione con Mediobanca e la riorganizzazione che ne deriva non sono ancora concluse. Si chiede al mercato di credere in una banca che deve ancora digerire un’acquisizione enorme e che intanto si propone di inghiottirne altre due. L’ambizione senza il tempo per consolidare diventa azzardo. Glass Lewis riconosce che la strategia ha una sua validità, ma giudica i benefici non abbastanza convincenti da preferire l’autonomia all’offerta migliorata di Intesa. In finanza conta solo questo: non se un progetto è bello, ma se conviene più dell’alternativa.
C’è poi un passaggio rivelatore: diversi grandi investitori hanno preso pubblicamente le distanze dal piano, segno che il consiglio fatica a tenere il sostegno degli interlocutori decisivi. Caltagirone, Delfin e altri soci rilevanti hanno già scelto Ca’ de Sass. Il rilancio di Lovaglio, per quanto generoso nei numeri, ha l’aria di una rincorsa, e il mercato riconosce le rincorse. Glass Lewis sconsiglia persino di confermare Alessandro Caltagirone nel cda, dove siede dall’8 settembre, per i possibili dubbi sulla sua capacità di agire nell’interesse di tutti gli azionisti. Una notazione che tocca il nervo scoperto del capitalismo italiano, quello dei soci che sono insieme parte e arbitro.
Da senese, colpisce che in tutta la vicenda la città compaia solo come nome, cornice di Rocca Salimbeni nelle fotografie. Le decisioni si prendono altrove, nei report di Londra e New York, nelle stanze di Milano e Roma. Non c’è scandalo: è il mercato. Ma proprio per questo la difesa dell’autonomia non può reggersi sulla retorica dell’identità, che non sposta un voto in assemblea. Lo sposta una proposta che convinca chi possiede le azioni, e oggi quella proposta, per chi orienta i grandi fondi, non c’è.
Resta il nodo dei tempi. Intesa corre verso la chiusura di dicembre, la manovra difensiva del Monte guarda più lontano. In una competizione così sbilanciata, chi arriva dopo deve offrire molto di più, e invece arriva con un progetto più complesso e più lento. Lovaglio ha già ribaltato giudizi negativi in passato, ma stavolta l’incertezza è quasi azzerata. Se il Monte vuole ancora giocare, deve spiegare perché il suo piano convenga più di un’alternativa più semplice, rapida e sicura. Altrimenti la banca più antica del mondo non sarà stata conquistata: sarà stata lasciata andare.





