
La piccola sorte
18 Agosto 2026Il mercato come pronome impersonale
di Pierluigi Piccini
C’è una figura retorica che governa l’intervista rilasciata da Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera, sul destino del Monte dei Paschi. Non è un’immagine, è una sottrazione di soggetto: decide il mercato. La frase ha l’aria della constatazione, ma è una costruzione. Il mercato non è un soggetto che decide; è il nome che si dà a una decisione quando si vuole che nessuno ne risponda. E il momento in cui un presidente di Commissione parlamentare lo pronuncia — proprio lui, che di quel mercato è chiamato a sorvegliare le regole — è il momento in cui la politica compie l’atto più politico che le resti: dichiarare la propria estraneità.
Conviene seguire l’intervistato passo per passo, perché la sua onestà è istruttiva. Osnato elogia Lovaglio, difende le peculiarità della banca più antica del mondo, ricorda il legame con i territori e il credito alle piccole e medie imprese. Poi, senza soluzione di continuità, aggiunge che non spetta alla politica definire come il mercato debba muoversi. Nella stessa frase convivono la custodia e l’abdicazione. Si tiene il nome — l’identità, la storia, il radicamento — e si cede la sostanza, cioè il controllo, la persona giuridica, la mano che erogherà o non erogherà quel credito di cui ci si dice premurosi. È la premura di chi accompagna alla porta.
L’operazione ha una sua eleganza logica, e va riconosciuta. Il governo non tace: rivendica. Osnato costruisce il non-intervento come virtù, opponendolo a un passato in cui la politica, dice, si intromise e produsse i disastri del Monte. Il ritirarsi diventa così merito, misura, prudenza appresa dagli errori altrui. Ma un ritiro rivendicato non è un’assenza: è una presa di posizione che si traveste da regola di natura. E qui l’argomento si incrina, perché lo stesso esecutivo, nella vicenda che vide Unicredit muoversi su Banco BPM, il potere di veto sugli assetti strategici lo esercitò senza esitazioni. Delle due l’una: o l’interesse strategico dello Stato esiste, e allora lo strumento andava almeno soppesato anche stavolta; o non esiste, e allora il richiamo al territorio e alle imprese è ornamento verbale. Non può essere principio quando frena Unicredit e sospensione del principio quando lascia passare Intesa. Ciò che cambia non è la dottrina degli assetti da proteggere: è chi siede dall’altro lato del tavolo. La selettività rivela che non è la politica a decidere non descrive un limite del potere, ma un suo uso discrezionale battezzato come neutralità.
Il pezzo più rivelatore, però, è quello sulla quota del Tesoro. Il quattro e nove per cento ancora nelle mani pubbliche viene definito residuale, in uscita, ma — si affretta a precisare l’intervistato — non è questa l’urgenza primaria. È una formula che merita di essere ascoltata due volte. Per anni quella presenza dello Stato è stata presentata come presidio, garanzia, riparazione dovuta ai risparmiatori per i sacrifici imposti. Oggi, nel momento in cui la banca cambia padrone, diventa un residuo di cui si esce senza fretta. La stessa partecipazione che ieri era vigilanza oggi è ingombro trascurabile. Non è cambiato il numero: è cambiata la funzione che gli si assegna nel racconto. Lo Stato si sfila dalla responsabilità declassando a resto ciò che aveva eretto a sentinella.
Ai SENESI, in tutto questo, tocca la parte più amara: sentirsi comunicare dall’alto che la questione non è più loro. Per generazioni il Monte è stato vissuto qui come faccenda insieme civica, identitaria e politica — non un istituto di credito fra i tanti, ma una piega della città. Adesso quella stessa città apprende che si tratta di materia di mercato, che le peculiarità tanto lodate sono compatibili con il passaggio a un centro decisionale altrove, e che l’orgoglio della banca salvata può convivere con la sua consegna. La sostanza, per dirla tutta, è già partita da tempo; ciò che resta da distribuire sono le parole: l’immagine storica, il nome antico, la premura tardiva di ricordarne il valore proprio mentre lo si affida ad altri.
Resta una domanda che l’intervista non pone e che il ruolo dell’intervistato renderebbe legittima. Se davvero il mercato decide, a cosa serve una Commissione Finanze? La risposta di Osnato — non sono un fan delle commissioni d’inchiesta, semmai qualche ciclo di audizioni — è coerente con la premessa: se la politica ha scelto di guardare, le resta l’udire. Ma c’è una differenza tra il rispetto delle regole del mercato e la resa alla sua presunta volontà. Sorvegliare le concentrazioni, verificare che dalla frammentazione non si passi al feudo di pochi — cosa che lo stesso Osnato paventa, evocando gli incastri fra banche, assicurazioni e azionisti incrociati — è esattamente il compito che il decide il mercato dismette nell’atto di enunciarlo. Il pronome impersonale è comodo perché non ha indirizzo. Ma le lettere, alla fine, arrivano sempre a qualcuno.





