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11 Giugno 2026Gli Stati Uniti e l’Iran si scambiano misure di ritorsione per il secondo giorno consecutivo
C’è una grammatica della guerra che i giornali conoscono bene e che in queste ore si dispiega in tutta la sua inquietante regolarità. Il New York Times titola sull’alternanza degli attacchi tra Stati Uniti e Iran, giunti al secondo giorno consecutivo, con quella prosa da cronaca di borsa che ormai si applica anche ai bombardamenti: si “scambiano” colpi come si scambiano titoli, in un mercato della ritorsione che ha le sue aperture, le sue chiusure, i suoi rimbalzi. Al Jazeera, che guarda la stessa scena da un altro punto del Golfo, registra la reazione di Teheran: l’Iran non subisce senza rispondere e punta il dito contro Bahrein, Kuwait e Giordania, ossia contro i territori che ospitano le basi da cui partono gli attacchi americani. La geografia della guerra si allarga per cerchi concentrici, e ogni cerchio è un Paese che fino a ieri si illudeva di essere soltanto spettatore.
Dentro questa cronaca bellica si insinua un dettaglio che merita attenzione, perché lo segnalano tanto il Tehran Times quanto il New York Times — convergenza rara, che di per sé è notizia: l’analisi di immagini satellitari e video suggerisce che gli Stati Uniti abbiano condotto attacchi di precisione contro un impianto idrico iraniano. La precisione, qui, è la parola che inquieta più della distruzione. Colpire l’acqua non è colpire un arsenale: è colpire la vita quotidiana, la possibilità stessa dell’abitare. Quando la tecnologia militare diventa così raffinata da scegliere chirurgicamente le infrastrutture civili, la distinzione tra guerra ai regimi e guerra alle popolazioni si fa sottile fino a scomparire.
Il Washington Post offre la chiave di lettura più lucida dell’intero quadro: Stati Uniti e Iran starebbero negoziando “a colpi di ultimatum e attacchi”, con un cessate il fuoco a un passo. È la diplomazia rovesciata del nostro tempo: si bombarda per trattare, si trattano i bombardamenti. Il negoziato non precede più la guerra né la conclude; le è diventato simultaneo, indistinguibile. Ogni missile è una clausola, ogni ritorsione un emendamento.
E mentre la guerra detta l’agenda, l’economia ne registra le scosse con la consueta ambivalenza. The Hill riporta una dichiarazione di Trump destinata a entrare nelle antologie: di fronte ai picchi dei prezzi di maggio nel contesto del conflitto, il presidente avrebbe detto «adoro l’inflazione». Il Wall Street Journal, dal suo osservatorio liberista, prova a trovare il lato positivo: lo shock energetico colpisce i consumatori ma non si è ancora trasferito sui prezzi in generale. C’è qualcosa di vertiginoso in questo ottimismo contabile mentre gli impianti idrici saltano in aria: l’economia come anestesia della politica.
Intanto comincia, quasi in sordina sulla stampa americana, il Mondiale di calcio. Il primo della storia a non svolgersi in un unico Paese, pensato per suggellare l’unione dei tre Stati nordamericani. La coincidenza dei tempi ha però il gusto amaro del paradosso: proprio alla vigilia, riferisce il Financial Times, Trump ha suggerito che potrebbe non rinnovare l’accordo commerciale con Messico e Canada. Il torneo che doveva celebrare l’integrazione continentale si apre con la minaccia della sua disintegrazione commerciale. Il Globe and Mail conferma: mentre Trump agita lo spettro del mancato rinnovo dell’USMCA, il premier Carney discute la strategia commerciale con i primi ministri delle province. E la stampa canadese, significativamente, dedica le sue prime pagine non al calcio ma a un disegno di legge che vieta i social media ai minori di sedici anni e regola i chatbot di intelligenza artificiale — segno di un Paese che, mentre il vicino gioca con i dazi, prova a legiferare sul futuro.
In Messico, invece, di calcio si parla eccome, ma in un clima tesissimo. La mobilitazione degli insegnanti attraversa il Paese, e la presidente Sheinbaum, citata da La Jornada, denuncia chi con atti di violenza cercherebbe di «montare» un’immagine di caos del Messico proprio nei giorni in cui il mondo lo guarda. ESPN segnala che il fan fest della Coppa del Mondo a Città del Messico è a rischio per le proteste. Il calcio come vetrina e la protesta come controvetrina: nulla di nuovo, dai tempi del Mundial argentino del ’78, sulla capacità dei grandi eventi di rendere visibili — o di occultare — i conflitti sociali.
Dall’Europa arriva intanto un dato che fotografa lo stato dell’alleanza atlantica meglio di mille vertici: secondo uno studio ripreso dalla Deutsche Welle, soltanto un europeo su dieci considera gli Stati Uniti un alleato. Un dato che andrebbe letto accanto alla cronaca della guerra con l’Iran: l’America che bombarda da sola è anche l’America che gli europei non riconoscono più come propria. La frattura non è diplomatica, è ormai antropologica.
E l’Europa, in queste stesse ore, mostra i suoi due volti. Da un lato la Catalogna, dove La Vanguardia racconta le quarantotto ore del Papa immerso nello spirito di Gaudí e nel misticismo di Montserrat — una parentesi di trascendenza, l’architettura come preghiera di pietra, la montagna come luogo dell’ascesi. Dall’altro Belfast, dove la cronaca è di tutt’altra natura: El País dedica un’ampia analisi al modo in cui l’estrema destra agita le piazze contro l’immigrazione dopo crimini come quelli di Belfast e Southampton, mentre il Belfast Telegraph racconta la seconda notte di disordini — abitazioni prese di mira, veicoli incendiati — con la famiglia della vittima dell’accoltellamento che si dice «sconvolta» dalla violenza scatenata in suo nome. Il Guardian aggiunge l’immagine degli idranti della polizia contro i rivoltosi. È il meccanismo, ormai collaudato in mezza Europa, per cui il dolore privato viene espropriato e trasformato in carburante identitario: la vittima diventa pretesto, e chi la piange davvero deve assistere all’incendio appiccato a suo nome.
Chiude il quadro, come una didascalia involontaria dell’epoca, la notizia del New York Times sull’IPO di SpaceX, che potrebbe trasformare quattromilaquattrocento dipendenti in milionari. Mentre a Teheran si analizzano le immagini satellitari di un impianto idrico colpito, a Wall Street si quota chi quei satelliti li manda in orbita. La verticale del nostro tempo sta tutta qui: in alto la ricchezza che si moltiplica nello spazio, in basso l’acqua che manca. E in mezzo, un Mondiale che vorrebbe farci guardare altrove.





